Regole per tutti, non al buio: è l’ostruzionismo che blocca il Consiglio

La domanda è molto semplice. Cosa deve fare il presidente di un ente pubblico quando cinque consiglieri su nove gli chiedono di mettere all’ordine del giorno un regolamento destinato a disciplinare la vita del Consiglio, senza fargli conoscere il contenuto?

Non c’è dubbio che sia il Consiglio a prendere decisioni. Al presidente spetta però la responsabilità di formare correttamente l’ordine del giorno. Deve verificare, nell’esercizio delle sue funzioni di organizzazione e garanzia, che le materie rientrino nelle competenze dell’organo che presiede e che eventuali dubbi giuridici siano affrontati prima della deliberazione. Un regolamento, inoltre, deve rispettare principi di generalità e imparzialità.

Deve anche prepararsi: non può certo improvvisare durante la seduta.

Al buio, la scelta più responsabile era non bocciare la proposta, ma costruire un percorso corretto per esaminarla seriamente. Quel percorso era collegiale. Lo stesso metodo era stato proposto per l’acquisto della nuova sede e per il piano di assunzioni. Erano decisioni sostenute con forza anche dai cinque consiglieri, che però da giugno ne hanno impedito l’esame facendo mancare il numero legale.

Sul tema del regolamento ho quindi proposto di costituire una Commissione paritetica.

La Commissione avrebbe permesso di:

  • affrontare insieme le questioni formali e giuridiche, invece di lasciarle alla sola Presidenza:
  • separare il momento dell’istruttoria, nel quale contano diritto e argomenti, dalla decisione finale, che naturalmente viene assunta con il voto;
  • effettuare un’analisi ponderata delle opzioni più adeguate, sia pure con tempi certi e senza inutili lungaggini, rispettando anche le posizioni diverse da quelle dei cinque proponenti.
  • dotare l’Ordine di strumenti organizzativi più stabili e più avanzati.

La Commissione non avrebbe deciso nulla: la decisione sarebbe rimasta al Consiglio.

I cinque consiglieri non hanno accolto questa proposta. Le loro posizioni (che potete leggere qui, qui e qui) sono meno lontane di quanto sembri da quelle del presidente. Resta una differenza decisiva sulla sequenza. Continuano a chiedere che il Consiglio sia convocato per l’“esame del testo proposto e deliberazioni conseguenti” prima che il testo sia messo a disposizione.

Il tempo per studiare il regolamento verrebbe dunque dopo la formazione dell’ordine del giorno. Per formulare correttamente un punto che prevede “esame del testo e deliberazioni conseguenti” occorre però conoscere prima il testo e capire se pone problemi giuridici (di competenza o di legittimità) nelle singole norme proposte e nella sua struttura complessiva.

Se quelle questioni emergessero soltanto dopo la convocazione, entrerebbero nella fase in cui il Consiglio è già chiamato a decidere. Un voto può però decidere nel merito; non può trasformare una questione giuridica irrisolta in una questione risolta. L’ordine che considero corretto è l’opposto: prima si conosce il testo e si chiariscono le questioni giuridiche; poi si decide.

A questo punto va chiarita un’altra cosa: l’assenza del nuovo regolamento non impedisce il funzionamento dell’Ordine, che da decenni opera sulla base delle norme e delle prassi esistenti. Metterle in ordine può essere utile. Farlo bene conta più che farlo in fretta.

Se oggi alcuni lavori del Consiglio sono bloccati, la causa immediata è un’altra. La proposta di costituire la Commissione non è stata respinta dal Consiglio: i cinque consiglieri hanno scelto di interrompere la seduta, come in precedenti occasioni. Non è dunque la mancanza del nuovo regolamento a impedire al Consiglio di operare: è la scelta di far mancare il numero legale.

Il venir meno del numero legale ha già ritardato alcune pratiche individuali, con conseguenze concrete anche sul piano professionale per alcuni colleghi.

Qualunque sia il dissenso, questa non può essere la soluzione.

Riccardo Sorrentino

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