di Luca Rinaldi

Questo articolo è parte di Tabloid Project, il magazine multimediale dell’OgL
Quando chiude un quotidiano locale il primo effetto per la cittadinanza non si misura certo in copie perse, ma in soldi pubblici spesi peggio. Tre studi sul contesto statunitense letti in maniera incrociata misurano il costo finanziario, l’effetto sulle imprese private e sulla corruzione pubblica. Il primo dato, rintracciabile in una ricerca pubblicata nel 2020 sul Journal of Financial Economics riporta come alla chiusura di un giornale locale i costi di finanziamento dei comuni vedano un aumento compreso tra i 5 e gli 11 punti base. Il motivo? Senza uno sguardo critico e attento sull’attività amministrativa si registra una crescita del deficit, un aumento delle operazioni finanziarie costose e in parte spericolate da parte delle stesse amministrazioni e infine una crescita dei salari pubblici. Così concludevano i ricercatori Pengjie Gao, Chang Lee e Dermot Murphy, autori di quello studio.

(Foto di Pedro Farto su Unsplash)
Nel 2022 e nel 2024 altre evidenze importanti emerse sempre in ambito accademico hanno rafforzato queste conclusioni. Nel 2022 uno studio pubblicato sempre sul Journal of Financial Economics evidenzia come dopo la chiusura di un giornale locale le violazioni ambientali delle imprese crescono dell’1,1% e le sanzioni del 15,2%; nel 2024, una ricerca pubblicata sul Management Information Systems Quarterly (MISQ) ha misurato che nei territori rimasti senza quotidiano le accuse di corruzione ai funzionari pubblici salgono del 6,9%.
Lombardia: il rischio è l’irrilevanza
Questi numeri riguardano gli Stati Uniti d’America, ma un paper di Marco Gambaro, professore all’Università di Milano, pubblicato nel 2025 su Economia e Società Regionale, suggerisce che il meccanismo funzioni allo stesso modo anche sul nostro territorio. Il suo lavoro – dal titolo I mercati e l’organizzazione dell’informazione locale: il caso Lombardia – mostra nei fatti un’informazione locale che non può dirsi scomparsa (come invece accaduto in molte contee degli Stati Uniti, dove i “deserti informativi” sono ormai oltre 200) ma che è strutturalmente troppo debole per fare quello che dovrebbe fare: controllare chi amministra la cosa pubblica. Il tema che si pone dunque sul territorio lombardo non è tanto quello della mancanza di mezzi informativi quanto il rischio dell’irrilevanza.
L’informazione locale resta quella che Gambaro definisce una “infrastruttura istituzionale” dei territori. Un bene pubblico che produce effetti positivi non remunerati dal mercato: riduce le asimmetrie tra chi governa e chi è governato, rende più difficile la corruzione, migliora la qualità delle decisioni pubbliche. Come un acquedotto o una rete stradale. Se si deteriora, il costo non lo paga l’editore. Lo pagano i cittadini.
Una debolezza strutturale
La debolezza della stampa locale lombarda è il prodotto di più fattori, che sommati dipingono un quadro tutt’altro che confortante. Sia per i professionisti dell’informazione, sia per i cittadini. In primo luogo, a preoccupare è la dimensione delle redazioni: esclusi i quotidiani si parla di una media di quattro o cinque persone con una produzione di “circa dieci notizie al giorno per giornalista”. In queste condizioni scrive Gambaro «il lavoro è per forza affrettato, c’è poco tempo non solo per un’inchiesta, ma anche per semplici interviste telefoniche di verifica o contrasto e il mezzo locale deve per forza affidarsi in modo sostanziale ai comunicati stampa che, secondo i testimoni più accreditati, sono all’origine di almeno il 40-50% delle notizie pubblicate».
Questi due fattori combinati portano a una subalternità sostanziale rispetto alle fonti, permettendo di fatto a queste ultime di dettare l’agenda. Così da «far passare il loro punto di vista o anche catturare in modo significativo il mezzo di comunicazione, specie – analizza Gambaro nel paper – se si tratta di un soggetto pubblico (amministrazione o istituzioni locali) che spesso manovra anche qualche forma di sussidio e una certa quantità di investimenti pubblicitari».
C’è poi un aspetto che riguarda la concentrazione dei mercati. Gambaro documenta come in alcune province il quotidiano locale controlli anche il primo sito web, una radio e una televisione. A Brescia, l’Editoriale Bresciana possiede una quota di mercato stimata superiore al 60%. «Quando in una provincia il quotidiano locale oltre a controllare il primo o il secondo sito possiede anche una radio e una televisione, la situazione informativa diventa più critica e il numero di voci con proprietà autonoma si può ridurre in modo eccessivo» scrive Gambaro.
Per altro i quotidiani locali nelle province lombarde sono i grandi protagonisti con vendite tra le quattro e le nove volte rispetto ai concorrenti. Il quotidiano locale domina anche online, tranne a Varese (dove Varese News, nativo digitale, è primo) e Monza Brianza (dove non esiste un quotidiano locale e dominano le catene).
Il tema della concentrazione è stato sollevato in passato anche da Polis Lombardia, che a dicembre 2022 nel suo report Misure di sostegno a favore degli operatori nel settore della comunicazione e dell’informazione locale metteva nero su bianco che «il ruolo rilevante e quello meno facilmente sostituibile della stampa locale, è svolgere la funzione di cane da guardia delle azioni dei politici ed è in fondo il principale driver delle esternalità positive che sono riconosciute all’informazione. Per questa specifica funzione però si richiedono alcune condizioni: una soglia dimensionale che consenta ai soggetti che si occupano di informazione locale di svolgere effettivamente la loro funzione e un certo grado di concorrenza nei diversi mercati dell’informazione locale».
Rivedere le politiche di sostegno
Una risposta parziale al problema della sostenibilità arriva dalle catene digitali come Citynews, More News e Netweek. Il meccanismo funziona per quanto riguarda le funzioni meramente operative: lavorando in rete “si abbassano le barriere all’ingresso per servire un nuovo mercato locale e quindi è possibile operare anche in mercati più piccoli”, condividendo costi su contabilità, sistemi informativi e vendita pubblicitaria. Il digitale in catena risolve però solo in parte il problema dell’accesso al mercato perché la struttura resta comunque leggera, orientata a volumi di produzione sproporzionati rispetto alle dotazioni redazionali. Le catene garantiscono di fatto presenza, ma non necessariamente profondità.
Il paradosso finale è nel rapporto tra la geografia reale dei mercati e quella delle politiche pubbliche. I mercati funzionano su base provinciale, ma, sostiene Gambaro, «gran parte degli strumenti di sostegno e di intervento pubblico sono costruiti su base regionale o addirittura nazionale, col risultato distorsivo di sussidiare in modo sproporzionato i mezzi che operano nei mercati più grandi e più ricchi». Le risorse ci sono, ma distribuite secondo una mappa che non corrisponde a quella dei mercati reali. La conclusione di Gambaro è chiara: «Una più attenta valutazione del funzionamento dei mercati informativi locali e della loro estensione effettiva dovrebbe essere un punto di partenza indispensabile per valutare politiche pubbliche maggiormente consapevoli».
