Raccontare la crisi climatica: fonti e strumenti per orientarsi

di Marta Abbà e Elena Esposto

La crisi climatica è difficile da raccontare perché è un fenomeno complesso, continuo e basato su molteplici livelli di informazione scientifica e istituzionale. Coinvolge dinamiche scientifiche, economiche, politiche e sociali e richiede strumenti informativi capaci di tenere insieme livelli diversi di lettura. Ed è proprio su questo punto che si aprono le principali difficoltà nel lavoro giornalistico e nella costruzione del discorso pubblico sul clima.

La situazione in Italia

Il 2025 è stato un annus horribilis, tanto per la crisi climatica quanto per la sua rappresentazione mediatica, per lo meno in Italia. È quanto mostrano i dati del Report dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace Italia, che ha analizzato come la questione ambientale sia stata trattata sui principali mezzi di informazione nazionali.

Come sottolineano gli autori del report, in un contesto caratterizzato da grande incertezza, polarizzazione politica e tensioni economiche, il ruolo dell’informazione diventa centrale, perché i media possono contribuire a delimitare l’orizzonte di discussione entro il quale si collocano sia il dibattito che le possibili soluzioni.

Tuttavia, i dati mostrano un crescente disinteresse verso il tema. Il trend è in calo fin dal 2022 e, al di fuori di picchi informativi in concomitanza con eventi eccezionali, come gli incendi della California, l’elezione di Trump alla Casa Bianca o la COP30, nel 2025 i quotidiani hanno pubblicato meno di due notizie al giorno che facessero qualche riferimento alla crisi climatica. Nel caso dei TG la media scende a meno di una notizia ogni 5 giorni.

Nel caso di notizie che hanno come focus primario la crisi climatica lo scenario è ancora più critico. Un articolo ogni 2 giorni sui quotidiani e meno di un servizio ogni 10 giorni sui TG.

È interessante notare anche il framing dentro il quale le notizie vengono date. Secondo il report la crisi climatica è raccontata prevalentemente in chiave politica ed economica e solo il 30% dei pezzi o dei servizi con un focus primario sul tema ne affronta le cause.

I TG parlano delle conseguenze più dei quotidiani (60% delle notizie contro il 40%), e in generale vengono citate più spesso le conseguenze ambientali ed economiche, mentre si tende a tralasciare quelle sociali e sanitarie.

Poca attenzione viene data anche alle strategie di contrasto al cambiamento climatico; ci si limita a fare riferimento a una generica “riduzione delle emissioni” invece che parlare di proposte concrete e specifiche.

Per quanto riguarda i soggetti dell’informazione, le aziende e i rappresentanti del mondo economico sono centrali nei quotidiani, mentre soggetti politici e istituzioni prevalgono nei TG. Scienziati ed esperti in proporzione sono molto meno interpellati. Una conseguenza di questa sovrarappresentazione di soggetti economici e politici è che, nell’informazione italiana, la responsabilità della crisi climatica non viene quasi mai presa in considerazione.

Risorse utili

Le due istituzioni internazionali a cui rivolgersi per dati e informazioni sul cambiamento climatico sonol’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) e la United Nations Framework Convention on Climate Change(UNFCCC).

L’IPCC è formato da un gruppo di esperti e rappresenta il principale riferimento della comunità scientifica; pubblica periodicamente rapporti di valutazione sul cambiamento climatico, le sue cause, gli impatti e strategie di mitigazione. L’ultimo report disponibile è stato pubblicato nel 2023. Attualmente l’IPCC si trova nel suo settimo ciclo di valutazione i cui risultati saranno resi disponibili nel 2029.

Per i non addetti ai lavori i report sono accompagnati da fact sheets, liste di domande frequenti, sintesi e materiali integrativi.

L’UNFCCC è la cornice legislativa internazionale per combattere il riscaldamento globale. Il segretariato della UNFCCC (UN Climate) è l’organo che si occupa di supportare i Paesi firmatari nell’attuazione di strategie di risposta al cambiamento climatico. Ogni anno organizza diverse sessioni negoziali, la più importante delle quali è la Conference of the Parties (COP). Sul sito dell’UNFCC è possibile consultare le note preparatorie e le presentazioni delle sessioni oltre che i report e i documenti prodotti durante le COP. Altri materiali, tra cui corsi gratuiti, sono accessibili nella sezione Risorse.

A livello Europeo, la European Environment Agency (EEA) si occupa di raccogliere e analizzare dati a supporto delle politiche ambientali europee. Sul sito dell’EEA sono disponibili report e briefing, oltre che un gran numero di dataset, su diversi argomenti tra cui l’inquinamento atmosferico, gli impatti sulla salute umana, l’economia circolare e strategie di sostenibilità ambientale, il trattamento dei rifiuti e il riciclo. L’EEA elabora anche una serie di indicatori sul clima e pubblica schede Paese.

Sempre nella cornice europea un’altra fonte di dati è il Copernicus Climate Change Service, che ogni anno pubblica unreport con i principali highlights sul clima a livello globale. Sul sito è inoltre disponibile il bollettino mensile del clima, con i dati più rilevanti, e diversi dataset con dati storici.

Per quanto riguarda think thank e istituti di ricerca a livello globale segnaliamo Climate Action Network, una rete internazionale di oltre 1900 associazioni della società civile. In Italia sono presenti Italian Climate Network, con una newsletter mensile e bollettini quotidiani durante appuntamenti come le COP, e il Centro Euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici, sul cui sito è disponibile un gran numero di articoli, paper scientifici e dati per approfondire.

Altri enti e istituzioni forniscono poi dati e informazioni su argomenti specifici.

Per il monitoraggio dello stato delle foreste e dati sulla deforestazione, il riferimento internazionale è il Global Forest Watch; dal sito è possibile scaricare anche i dati per singolo Paese. Un altro progetto molto interessante è MapBiomas, una rete internazionale di università e ONG, che monitora i cambiamenti nell’utilizzo del suolo e i suoi impatti sull’ambiente.

A livello europeo è possibile fare riferimento al Copernicus Land Monitoring System e al Forest Information System for Europe per dati e statistiche, mentre in Italia è presente la Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale.

Dati globali sull’acqua e sulla sicurezza idrica sono forniti dalla World Bank e da UN Water che ogni anno pubblica il World Water Development Report (qui quello del 2026, con focus sulle disuguaglianze nell’accesso alle risorse idriche). Molto utile per monitorare lo stato della crisi idrica è anche la dashboard Water crisis clock che fornisce dati di sintesi sulla scarsità dell’acqua, lo stato della fauna acquatica e i cambiamenti nella superficie terrestre coperta da acque. Un altro sito utile è il Global Water Monitor. A livello europeo per i dati sulle acque dolci (fiumi, laghi e acque sotterranee) il riferimento è WISE Freshwater, mentre per i dati sui mari WISE Marine.

Per chi è interessato al legame tra crisi climatica e giustizia sociale uno strumento interessante può essere il Global Atlas of Environmental Justice, una mappa interattiva che raccoglie informazioni sui diversi movimenti e gruppi di resistenza allo sfruttamento delle risorse e all’accelerazione della crisi climatica.

I dati giusti non bastano

Dentro questo insieme di fonti, dati e report emerge un punto centrale: la quantità di informazioni non è il problema principale. La difficoltà sta nel modo in cui vengono interpretate, collegate e trasformate in racconto.

Ne parla anche Giulio Betti, climatologo del CNR e del Consorzio LaMMA, oltre che autore del volume Ha sempre fatto caldo! E altre comode bugie sul cambiamento climatico, in cui analizza le principali distorsioni nella comunicazione pubblica della crisi climatica e i meccanismi che ne indeboliscono la comprensione.

«Il punto di svolta è stato il post-pandemia», spiega Betti. Non perché la scienza abbia perso rilevanza, ma perché è cambiato il modo in cui viene recepita: a una forte domanda di informazioni scientifiche corrisponde una crescente difficoltà nel riconoscerle dentro un ecosistema informativo frammentato.

Un segnale è il ritorno della parola “maltempo” al posto di “crisi climatica”. I due termini, osserva Betti, non sono equivalenti: «Il maltempo è un evento, la crisi climatica è una condizione strutturale del sistema Terra». Il giornalismo tende a concentrarsi sull’evento estremo, mentre il cambiamento climatico è un processo continuo e cumulativo, che si sviluppa su scale temporali lunghe. Senza un contesto più ampio si perde così il legame tra ciò che accade e il sistema che lo genera.

A complicare il racconto contribuisce la natura trasversale del fenomeno, che coinvolge energia, agricoltura, economia, idrologia e salute. Nessuna disciplina, quindi, può spiegarlo da sola: la qualità dell’informazione dipende dalla capacità di mettere in relazione competenze diverse.

La disponibilità dei dati, conclude Betti, è soltanto il punto di partenza. Occorre collegarli e tradurli in una narrazione comprensibile, ma rigorosamente fondata sulla conoscenza scientifica: «La complessità non va semplificata fino a sparire». Se il racconto perde il legame con i dati e con la realtà fisica dei fenomeni, la scienza rischia di essere ridotta a una delle tante opinioni in circolazione.

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