Raccontare l’ambiente in una situazione estrema come la guerra, che consuma anche i territori, oltre che le persone
di Mauro Garofalo

Questo articolo è parte di Tabloid Project, il magazine multimediale dell’OgL
La prima cosa che vedi quando entri nella “zona di guerra” ucraina è il volto di un giovanissimo militare. Ha una cicatrice sulla metà sinistra del volto – o forse è solo come il tuo cervello vuole ricostruire quegli attimi. Ha un mitra al collo, attorno a lui cataste di sacchi di farina disposti a terra, improvvisati muretti per gli attacchi che, qui, possono arrivare dall’alto con i droni ma anche dal basso con le incursioni dei tank russi, che sparano sulla gente per strada e nei villaggi (anche se i più esperti tra gli analisti avevano già bollato come ‘niente di speciale’, forse rimasugli della guerra in Afghanistan, che i russi avevano combattuto fra il 1979-1989). Posti di blocco ovunque, bunker disseminati nel terreno accidentato di una campagna secca, e brulla. Strade di polvere ovunque, e ponti smembrati.
Sono stato in Ucraina nell’aprile 2024. A 2 anni e 2 mesi dall’inizio dell’invasione russa (lo stesso lasso di tempo che lo scrittore Henry David Thoreau passò nelle foreste del Massachusetts per scrivere Walden, vita nei boschi uno dei primi libri ambientalisti della letteratura mondiale: «Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e non dover scoprire in punto di morte che non avevo vissuto»).
Conoscevamo i dati sui morti umani da entrambe le parti – i ragazzi e le ragazze, russi e ucraini – ma conoscevamo poco, o niente, dei danni all’ambiente provocati dal conflitto: quanto stava costando quella guerra al territorio? Quali livelli di contaminazione avevano raggiunto le falde freatiche: erano contaminate da ammoniaca, liquami, metalli pesanti? Cosa ne era dei campi di grano e frumento che, fino a una manciata di mesi prima, erano stati “il granaio d’Europa”?
In Italia avevo preso contatto con l’ONG Terres des Hommes (https://terredeshommes.it) che si occupa di proteggere i bambini da violenze e abusi, garantendone l’istruzione e il sostegno, in situazioni di conflitto ed emergenza.
Con loro avevamo approntato un primo ingresso in Ucraina. Dal primo contatto, e grazie all’ingresso “garantito” da TdH, avremmo poi iniziato la seconda parte del viaggio: con un driver ci saremmo mossi verso alcune zone primarie, ma anche secondarie, i villaggi e le fattorie più interne, per vedere lo stato reale di come il conflitto era intervenuto sul vasto territorio.
Tra la prima e la seconda parte il periplo avrebbe toccato Odessa, Cherson e le zone dove si era compiuto l’orrore delle fosse comuni di Bucha, Melitopol, quindi l’ex capitale ucraina Kharkiv (dal 1917-34) importante centro industriale per la produzione dei carri armati T-34, e ancora Mariupol, il confine col Donetsk per poi risalire verso la capitale Kiev.
Quanti animali erano stati uccisi, quante fattorie smembrate? Quanti pesci erano morti dopo che la diga ucraina di Kakhovka era stata fatta saltare in aria dai russi: che effetto avevano avuto tutti quei milioni di tonnellate d’acqua dolce riversate in mare dopo la lunga corsa? I pesci erano morti per shock termico o quali altre cause?
Non c’era invece nessuna possibilità di vedere i luoghi attorno alla centrale nucleare di Zaporižžja, questo mi era stato immediatamente chiaro – nonostante il tema sia quanto mai attuale nell’80esimo “anniversario” della bomba atomica di Hiroshima – perché il driver che ci accompagnava, un ex militare ucraino, ci aveva sconsigliato di andare: i militari russi avevano perimetrato i confini della centrale fino a 30 km, dopodiché c’era una “zona cuscinetto”: a 10 km dalla centrale c’era il rischio che i militari sparassero a vista.
Zaino, macchina fotografica, passaporto, la lettera de Il Sole 24 Ore in tasca (era la prima volta in 20 anni: “Alle Forze militari, nel caso in cui prendiate in consegna il nostro collega, sta svolgendo per noi un reportage…”).
Lo spazio aereo sopra l’Ucraina era chiuso. Così, tra le opzioni possibili per entrare in “zona di guerra”, avevo optato per un bus che da Chişinău, capitale della Repubblica di Moldavia, ci avrebbe portati a Odessa, la grande città portuale sul Mar Nero nel sud del paese sulla quale lo zar Putin aveva messo gli occhi da qualche tempo.
Sull’autobus c’erano per lo più donne, qualche vecchio, nessun media internazionale, nessuna televisione. Era il 2024 e la notizia dell’Ucraina invasa, ormai, era “vecchia”. Ma il taglio ambientale invece non era così diffuso.
I militari di servizio sul posto di blocco al confine ci avevano fatto scendere per ispezionare i bagagli, non era servita nessuna tassa ‘extra’ per entrare, nessuna banconota (non c’era nessun sentore degli eventi che, in queste ultime settimane, hanno portato migliaia di giovani in piazza per scongiurare lo spettro della corruzione dietro il governo di Kiev, nonostante la guerra ci sia ancora).
Solo uno dei commercianti aveva dovuto aprire il suo valigione, dentro aveva un piccolo orto portatile: terriccio e semi, piccoli germogli che, spiegò ai militari, avrebbe piantato una volta arrivato a casa. Così si contrasta la fame, seminando piante.
L’arrivo nella periferia di Odessa ci aveva mostrato una città senza luce. Ci accoglievano all’imbrunire volti di vecchi seduti, con i bastoni in mano, mentre i bambini giocavano a pallone sulle strade – ora buche e polvere – sfilavano le auto in colonna: TIR e scooter, carri militari trasportavano contraerea, probabilmente americana: erano i giorni della ricontrattazione fra Zelensky e gli Stati Uniti (di Biden) e l’Europa dopo la fine delle scorte che il presidente ucraino, ex comico televisivo, aveva portato agli occhi del mondo già all’Eurocontest dell’anno prima.
I giovani in piazza bevevano e ballavano. La vita in una situazione di guerra prende strane vie per manifestarsi. L’età di leva obbligatoria stava calando, e i giovani volevano divertirsi prima di andare – a morire? – al fronte a combattere. Quando poi la notte lasciava il posto al giorno, erano stavolta i vecchi a camminare lenti, con i loro carrelli della spesa lungo le corsie dei mercati all’aperto. Il quotidiano che non si arresta. L’attività umana va avanti. La grande forza, e la grande debolezza, della nostra specie. Ma che facevano le altre specie? Cosa accadeva agli altri animali attorno a noi? La vita minuscola degli insetti al lavoro nel sottosuolo, e le piante alle quali dobbiamo l’ossigeno, e le verdure che mangiamo, e gli animali che alleviamo per lo stesso motivo (di cui dovremmo diminuire i consumi)?
Queste le domande di un reportage ambientale in zone di guerra. Un taglio che poteva permettere di guardare alle zone di conflitto in modo “nuovo”, laterale, diverso.
Così erano sfilati sotto l’obiettivo della fida Nikon i ponti caduti nel Donetsk, il traffico deviato lungo il fiume Dnepr. Le oche che ci avevano strillato in quel villaggio rurale vicino Mariupol, volevano scacciare l’invasore umano – siamo una razza dominante, la cui condizione base è la guerra, per questo abbiamo sbagliato perché abbiamo dato per scontata la pace, che viceversa va conquistata, mantenuta, protetta -. Come va protetta la Vita attorno a noi: il regno animale, quello vegetale, i ghiacci, i batteri persino, i funghi.
Da Thoreau che guardava alla “meraviglia” della Natura a Jonathan Schell, tra i primi a puntare il dito contro i pericoli dell’atomica (ipotizzando non solo i rischi e le conseguenze di un fallout per gli umani ma le ricadute sul pianeta: campi e città rase al suolo, aria intossicata, ustioni e malattie, distruzione del 70% degli edifici e sterminio degli animali).
Cosa ne era stato dei pesci dopo che la valanga d’acqua li aveva travolti dopo l’esplosione della diga? Il 90% della popolazione ittica era morta, e adesso cosa avrebbero fatto i pescatori, come avrebbero trovato un reddito?
Cosa dei cavalli e degli, amici, asini che un tempo popolavano le fattorie di Bucha? Il 70% di loro erano morti, in zona poi avevamo trovato un’unica femmina di cane, spaventatissima, ci aveva accolto laddove un tempo c’erano 42 fattorie, ora ne erano rimaste solo 5 in piedi: un’ecatombe di popolazione e silenzio.
Tra gli edifici sventrati dove erano morti bambine e gente comune, avevamo assistito alla devastazione delle bombe: condomìni sventrati, fantasmi al mattino, tra le cui macerie ai piani alti avevamo trovato poltrone una di fronte l’altra come a dichiarare un’estinzione di quotidiano di cui restavano adesso, a terra, libri e dischi sparsi in quella che fu il salotto, cucine devastate, interi piani spaccati a metà dalle esplosioni, che ospitavano ancora i guardaroba di chi un tempo abitava qui, giacche appese ai bastoni degli armadi, che nessuno indosserà più.
Eppure, gli uccelli volavano in cielo.
Nonostante, per la prima volta in vita tua, alzi lo sguardo in aria e pensi: “Missile in arrivo?”.
La sensazione, lo stesso, di essere nel mezzo della Storia, quella con la S maiuscola.
Nonostante il lavoro di reporter in Italia non conosca supporti, tranne le proprie risorse e la voglia di vedere con i propri occhi quel che accade nel mondo. Avendo per mezzo una mezza intuizione e qualche aggancio.
I fiumi scorrevano lo stesso in Ucraina nell’aprile 2024. Nonostante gli scheletri dei carri armati fatti saltare in aria sversassero nel terreno i loro liquami, e le casse di munizioni lasciate in una ex scuola continuassero la loro “non pacifica” esistenza a presidiare i luoghi.
Al posto degli umani, un mondo di insetti e d’erba.
La vita minuscola sul pianeta che continuiamo a non vedere e che, invece, probabilmente, è ciò che salva l’uomo dal suo (eterno) istinto alla distruzione.
