Il carcere si accompagna a condizioni ancor più deprivanti se la reclusa è madre. La detenzione si traduce spesso in situazioni abortive se, come accaduto a Rebibbia nell’agosto del 2021, la donna si trova a partorire con il solo aiuto della compagna di cella perché i medici non fanno in tempo ad arrivare. Per quante invece un figlio già ce l’hanno, la condizione detentiva si ripercuote tanto sulla madre che sui bambini: entrambi vivono in spazi ristretti all’interno dei quali le loro esistenze soffocano tra rigide regole da seguire.
Secondo la psicologia evolutiva, i primi tre anni di vita sono fondamentali per stimolare possibilità relazionali e cognitive del figlio. Se questo periodo viene trascorso nel regime di deprivazione sensoriale e esperienziale che si vive in carcere, questo conduce spesso alla cosiddetta “sindrome da prigionia”. Paolo Siani, direttore della UOC (Unità Operativa Complessa) Pediatria delle malattie croniche e multifattoriali dell’Ospedale Santobono di Napoli, individua con questa espressione la «difficoltà nel gestire le emozioni e il senso di inadeguatezza, di sfiducia, di inferiorità, che si accompagna a un tardivo progresso linguistico e motorio, causato dalla ripetitività dei gesti, dalla ristrettezza degli spazi di gioco e dalla mancanza di stimoli».
Ancora Siani sottolinea che se il figlio, dopo un periodo trascorso insieme alla madre in carcere, viene separato da lei, va incontro a «un senso di abbandono e solitudine che si trasformerà in rabbia e ribellione e che potrebbe indurlo, un domani, a commettere reati». La madre detenuta, dal canto suo, oltre a trasmettere il personale disagio al bambino, vive il carcere come fosse una pena estesa anche al figlio. E ciò fa aumentare il senso di inadeguatezza e di colpa della donna che, in alcuni casi, la porta a compiere gesti estremi.
