Un modello di business non consueto per il giornale di Zurigo. Una sua inchiesta su Palantir ha portato a un’azione legale che ha il sapore amaro di una Slapp
di Marta Frigerio
Questo articolo è parte di Tabloid Project, il magazine multimediale dell’OgL
Republik è un giornale online fondato a Zurigo nel 2018. Pubblica due o tre articoli al giorno: soprattutto longform, inchieste e approfondimenti. Ha circa 33 mila abbonati, «i nostri unici clienti. E, di conseguenza, i nostri capi», come recita il manifesto.
È infatti un caso quasi unico: un giornale indipendente che vive soltanto degli abbonamenti dei lettori, senza altre fonti di ricavo come donazioni di organizzazioni filantropiche o pubblicità.
È andato online a gennaio 2018, dopo una campagna di crowdfunding da record: in poche ore ha raccolto 720 mila franchi svizzeri, oltre 800 mila euro. Complessivamente, la campagna è durata un mese e ha permesso di raccogliere 3.450.000 franchi.
«L’idea di fondare Republik è nata nel 2017 – spiega Richard Höchner, uno dei fondatori e responsabile della community -. A ispirarci è stato anche l’esempio di De Correspondent, sito di notizie olandese che ha un business model simile. Abbiamo cominciato come cooperativa e media community: al primo crowdfunding hanno partecipato 13 mila sostenitori. Attualmente abbiamo uno staff composto da 50 persone, 30 delle quali sono giornalisti e contiamo 33 mila abbonati, con un tasso di rinnovo annuale del 85%».
Una volta che i lettori entrano a far parte della community, sul sito viene pubblicato un profilo personale con la loro foto e il numero del loro abbonamento. I dati sul numero degli abbonati sono completamente trasparenti e aggiornati in tempo reale su una pagina dedicata.
Come si fidelizza una community
La community di lettori e sostenitori è anche una rete. Gli abbonamenti standard partono da 22 franchi svizzeri al mese, circa 24 euro. La tariffa per gli under 30, invece, è di 9 franchi svizzeri al mese, «Ma abbiamo una politica per cui chi può permettersi di pagare una quota mensile più alta lo fa, così da consentire anche a chi non riesce a sostenere il prezzo pieno di diventare member. Gli abbonati possono partecipare alle discussioni sul nostro forum e connettersi con altri membri della community. Spesso organizziamo eventi dal vivo con i membri della nostra community: questa strategia non serve tanto per trovare nuovi sostenitori quanto per fidelizzare quelli che abbiamo già».
Il modello del giornalismo libero da influenze e condizionamenti esterni è rimasto, ma negli anni alcuni cambiamenti sono stati inevitabili. «Ad esempio – spiega Höchner – quelli sulla nostra politica di abbonamenti a prezzo ridotto. All’inizio eravamo contrari a offrire sconti, ma negli anni ci siamo resi conto di quanto invece possano essere importanti per attrarre chi vuole leggerci per la prima volta». Attualmente Republik offre un abbonamento mensile scontato per i nuovi membri: 11 franchi svizzeri, circa 12 euro.
Anche i cambiamenti delle piattaforme social hanno avuto un impatto: «Dipendiamo ancora dalle grandi piattaforme per la distribuzione dei contenuti, e queste hanno tutto l’interesse a far restare lì gli utenti e a non farli atterrare su altri siti. Per i social abbiamo implementato la produzione di contenuti video, ma una view su quelle piattaforme difficilmente si traduce in un click al sito».
Un’altra strategia per farsi conoscere e attirare nuovi abbonati è quella delle newsletter gratuite. «Ne offriamo sei: circa il 75% dei lettori non è un nostro abbonato, ma per noi è un modo importante per cominciare a farli entrare nel nostro ecosistema, per iniziare un dialogo».
Un modello unico, ma replicabile
Sono pochi i giornali che si sostengono esclusivamente grazie alle membership dei lettori: oltre al già citato De Correspondent, in Europa un caso simile è Zetland, media indipendente con sede a Copenaghen.
In Italia, una strada del genere appare impraticabile: i piccoli media indipendenti dipendono in larga parte da donazioni filantropiche o grant, mentre i giornali tradizionali sembrano incapaci di fidelizzare i lettori, con un conseguente calo degli abbonamenti.
«Io credo invece che il nostro sia un modello che può funzionare anche altrove – continua Höchner -. Certo, è più facile in contesti dove il mercato è piccolo, ma ci sono esempi di successo: Denník N in Slovacchia ha un modello misto, che non si basa solo sugli abbonamenti, ma è molto grande per il suo mercato. E poi Zetland, sostenuto interamente dai lettori, che sta ampliando il mercato espandendosi in Finlandia e in Norvegia. Negli ultimi anni le persone si sono abituate a pagare abbonamenti per vedere film e per ascoltare musica, e credo che lo faranno anche per leggere le notizie».
La SLAPP del colosso da 365 miliardi
Nelle scorse settimane Republik è finito al centro di uno scontro legale con una delle aziende più potenti del settore tecnologico. Palantir Technologies ha infatti intentato un’azione contro la rivista dopo la pubblicazione di un’inchiesta.
Il giornale ha pubblicato un’inchiesta che ricostruiva i tentativi di Palantir di influenzare le autorità svizzere: un lavoro del collettivo di giornalisti WAV, basato su documenti ottenuti tramite 59 richieste FOIA.
«L’inchiesta condotta da WAV e Republik su Palantir si basa in gran parte su documenti ufficiali che i giornalisti hanno potuto consultare grazie alla legge svizzera sulla libertà d’informazione», ha commentato la presidente dell’EFJ, Maja Sever. «L’azione legale intrapresa da questa potente azienda multinazionale contro un piccolo media svizzero è, a nostro avviso, un tentativo di intimidazione volto a scoraggiare qualsiasi analisi critica delle attività di Palantir».
Palantir Technologies è la società di analisi dati con a capo Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e tra i principali ideologi MAGA. Ha una capitalizzazione di mercato di oltre 365 miliardi: un caso, insomma, che pare avere le caratteristiche di una SLAPP.
«È una vicenda ancora aperta e per questo non posso entrare nei dettagli – conclude Höchner -. Sappiamo come difenderci, lo abbiamo già fatto in passato e siamo convinti che la nostra inchiesta sia solida. Difenderci, però, costa soldi e tempo. Tutte risorse che vengono sottratte al nostro lavoro giornalistico».
