Un modello redazionale basato su collaborazione, ruoli integrati e processi condivisi per costruire inchieste complesse e ad alto valore giornalistico. Inizia qui il viaggio di Tabloid Project per esplorare l’organizzazione del lavoro nelle redazioni moderne.
Questo articolo è parte di Tabloid Project, il magazine multimediale dell’OgL
di Luca Rinaldi

Dalla gerarchia verticale dell’esercito a una orizzontalità quasi totale. Sembra passare per questa dicotomia l’organizzazione del lavoro nelle redazioni moderne messe a confronto con quelle più “tradizionali”. Da una parte gli schemi gerarchici e inscalfibili inquadrati all’interno di uffici che lavorano a compartimenti stagni, dall’altra la possibilità di condividere e scambiare ruoli, informazioni e spazi virtuali. Qui trovano spazio anche nuove figure che, seppure in modo più sfumato, sono essenziali alla pratica giornalistica. Pensiamo a professionisti in grado di “misurare” l’impatto del lavoro giornalistico, autori o giornalisti che si occupano di adattare e veicolare i contenuti sulla totalità delle piattaforme così da estrarre il massimo valore possibile da ogni singolo contenuto; oltre a veri e propri fundraiser strutturati in grado di andare a recuperare fondi per portare a termine inchieste e approfondimenti e finanziare la struttura dei progetti giornalistici.
Gli economisti ci vedrebbero uno di quei confronti fra “traditional organization” e “lean organization”, la prima più gerarchica e verticistica ma più “pesante”, l’altra più liquida e orizzontale e dunque più “leggera”. Quest’ultima è diventata una necessità soprattutto all’interno di quei media che possono contare su una struttura redazionale contenuta e che in particolare si occupano dei temi in maniera verticale.
Certo, esistono sempre i ruoli previsti dai contratti nazionali e che aiutano a individuare l’organizzazione interna, ma sono sempre più le funzioni a segnare il passo. È insomma più rilevante cosa si fa rispetto a “chi si è” all’interno della redazione. Per comprendere meglio le dinamiche organizzative delle redazioni moderne siamo entrati nell’organigramma di alcuni dei progetti giornalistici più interessanti affacciatisi in Italia negli ultimi 15 anni: progetti con vocazioni differenti ma che oltre a innovare la pratica giornalistica in Italia hanno anche al loro interno diverse peculiarità dal punto di vista organizzativo.
Il caso IrpiMedia
Inauguriamo questa serie con IrpiMedia, progetto di giornalismo investigativo figlio dell’Investigative Reporting Project Italy, primo centro di giornalismo investigativo nonprofit in Italia, fondato nel 2012. IrpiMedia ha visto la luce all’inizio del 2020 con un primo nucleo redazionale che si è poi sviluppato negli ultimi 5 anni. Oggi, racconta Lorenzo Bagnoli, tra i fondatori di IrpiMedia e oggi condirettore insieme a Giulio Rubino, «Ci sono 14 giornalisti, un’impact manager, un amministratore contabile, una grafica, un consulente comunicazione, una social media manager, una fundraiser, un consulente legale e un avvocato. C’è poi una piccola redazione separata per il podcast settimanale, con due giornalisti e un sound designer/montatore. La redazione è divisa in sette editor e sette reporter». A completare il quadro ci sono una quarantina di collaboratori più o meno attivi su diversi fronti.
Proprio per la vocazione di inchiesta e approfondimento la redazione vede quattro newsroom specifiche: «Sorveglianze, dedicata a tecnologia e impatto di queste ultime sui diritti umani – specifica Bagnoli -, Migrazioni, Clima, in cui includiamo tutto ciò che riguarda l’ambiente e le politiche energetiche, e infine quella dedicata alla Criminalità organizzata».
IrpiMedia organizza il lavoro con riunioni plenarie e editoriali settimanali online. Le sottoredazioni si riuniscono ogni due settimane, mentre i singoli progetti prevedono chiamate e discussioni costanti tra editor e reporter. La gestione include anche incontri settimanali per la comunicazione, bimensili per l’impatto e scadenze trimestrali o semestrali per il fundraising. Questo sistema supporta la natura collettiva e accurata di ogni inchiesta pubblicata sulla testata.
I lavori di IrpiMedia fanno infatti riferimento a due macrogeneri che sono l’inchiesta e l’approfondimento. Questi, racconta Bagnoli, «nascono come proposte individuali, di gruppo, oppure come sviluppo di un progetto collaborativo». Ogni proposta che viene vagliata e in seguito accettata viene assegnata a un editor, dopodiché «ogni progetto vive di quattro fasi, ciascuna delle quali vagliata dall’editor stesso», specifica Bagnoli. Queste quattro fasi riguardano il concept, cioè l’individuazione di una ipotesi investigativa o l’individuazione di un cosiddetto working title, vale a dire una nomenclatura temporanea da dare al progetto stesso, la ricerca, la scrittura e, infine, l’editing.
Il ruolo dell’editor
«La differenza principale – dice Bagnoli a Tabloid – penso che sia il ruolo ricoperto dall’editor, fin dall’inizio molto attivo nella rifinitura di una storia. Inoltre, la maggior parte degli articoli di IrpiMedia non riporta la firma di un singolo autore o autrice perché è frutto di un lavoro collettivo o collaborativo. I tempi di editing, salvo frequenti emergenze, variano da un minimo di dieci giorni, fino a un massimo di un mese per serie particolarmente complesse».
Fondamentale nell’organizzazione del lavoro della testata è dunque la figura dell’editor. Cioè colui che in qualche modo tiene le fila della storia e accompagna gli autori dell’inchiesta alla pubblicazione. «Il lavoro dell’editor – specifica Bagnoli – è uno degli elementi che caratterizza il lavoro di IrpiMedia. Con gli editor si fanno chiamate, discussioni, si condividono scalette, appunti, versioni preliminari. In alcuni casi poi il lavoro sul testo finale è minimo, in altri invece è importante anche nel cosiddetto “ultimo miglio”. Nel mondo ideale, l’editor dovrebbe indirizzare il pezzo, identificare parti deboli e aiutare a correggerle in fase di ricerca in modo che già la prima stesura abbia tutto il necessario. Spesso però molti dubbi si palesano solo in fase di scrittura. Questo impone un lavoro di revisione, anche strutturale, di alcune inchieste. Così capita che ci siano più versioni di una singola inchiesta e che l’editor, soprattutto quando si arriva sotto data di pubblicazione, debba intervenire – anche pesantemente – nel testo», conclude Bagnoli.
Un laboratorio corale dell’inchiesta giornalistica
Insomma, non c’è mai un solista che firma un’opera su IrpiMedia, ma il risultato è lo sforzo di quello che sembra un vero e proprio laboratorio. Tanto che in calce ai pezzi la firma non è mai solo quella del giornalista impiegato sul campo o di chi scrive. «L’obiettivo – specifica Bagnoli a Tabloid – è riconoscere la coralità dello sforzo produttivo che richiede un’inchiesta». Un modo per ricordare a chi legge che il giornalismo non è un lavoro individuale, soprattutto quando è molto complesso. È anche un modo per condividere le responsabilità di ciò che si scrive: non c’è solo un autore o un’autrice a dover affrontare le reazioni del pubblico, che siano positive o negative. C’è una squadra che si assume nella sua interezza le proprie responsabilità.
«Da ultimo – continua Bagnoli -, il collega Mario Tedeschini-Lalli anni fa segnalava già la differenza abissale tra il modo di scrivere i crediti delle testate del mondo anglosassone e quelle italiane segnalando come un fattore propedeutico alla maggiore accuratezza il fatto che più paia di occhi vedano uno stesso contenuto e ricontrollino le fonti di uno stesso pezzo. L’obiettivo – conclude – è trasmettere quel senso di accuratezza e indicare anche i responsabili di quel lavoro di controllo, nel bene o nel male».
La sfida della distribuzione e l’impatto sull’organizzazione del lavoro
Per IrpiMedia la sfida distributiva è centrale: l’uso di podcast e newsletter serve a moltiplicare l’esposizione e intercettare un pubblico vasto, spesso difficile da raggiungere con i soli canali tradizionali. «Certamente la nostra testata pubblica lavori con “un’onda lunga” – spiega Bagnoli -, quindi che non si esauriscono poco dopo l’uscita, ma spesso non è facile raggiungere tutti coloro che sono potenzialmente interessati». Questo, più della moltiplicazione dei prodotti, è il vero peso che affatica l’organizzazione interna. Avere un canale distributivo che ottiene risultati migliori e con costanza permetterebbe anche di fare scelte, anche drastiche se necessario, come ridurre i prodotti. Per ora IrpiMedia invece si trova a dover adattare il proprio lavoro per cercare di produrre prodotti e format diversi nel tentativo di acquistare nuovi bacini di pubblico con un duplice scopo: «incidere di più nel discorso pubblico – conclude Bagnoli – e ottenere una base di sostenitori che nel prossimo futuro possa garantire anche stabilità economica alla testata».
