In una condizione detentiva si mette in atto una spoliazione identitaria in cui una persona, costretta a condividere gli spazi con altre, estranee, concentra la sua affettività esclusivamente nel momento dei colloqui, visite pubbliche senza alcuna privacy o intimità (si vedano le voci “Affettività” e “Sessualità”). Una persona reclusa, alla quale non è nemmeno permesso il possesso di uno specchio, perde la concezione e la cognizione di quello che è e di come vede se stessa. Il rapporto che questa stessa persona instaura con lo staff parte, dunque, da una condizione di disparità. Da una parte la “superiorità” del personale e dall’altra la debolezza e l’“inferiorità” del detenuto che si ritrova sempre più spesso costretto ad adattarsi a immancabili dinamiche di sottomissione specialmente psicologica.
Questa inferiorità viene sottolineata anche dal linguaggio infantilizzante che si sviluppa in un regime detentivo: la “domandina” da compilare, lo “scopino” che è l’addetto alle pulizie, il “cellino”, ovvero la cella singola, i “repartini” cioè gli spazi interni per il trattamento delle patologie psichiatriche nelle Articolazioni per la Tutela della Salute Mentale (ATSM). Ha spiegato Christian, un recluso nel carcere di Bollate intervistato il 12 giugno 2024. «Qualcuno cerca di renderti piccolo almeno per due motivi: prima di tutto perché si pensa che avere a che fare con presunti bambini sia più facile piuttosto che relazionarsi con uomini e donne adulte; e poi c’è una sorta di volontà di sottolineare in continuazione: “visto che fuori facevi il grande, adesso ti faccio sentire piccolo».
