di Patrizia Pertuso
Luigi Pagano è il Garante dei Detenuti e delle persone private di libertà del Comune di Milano. In precedenza è stato direttore dell’istituto penitenziario milanese San Vittore e poi capo del DAP, Dipartimento amministrazione penitenziaria. Nella sua carriera ha lavorato anche presso la casa di reclusione di Pianosa, all’Elba, in quella di Nora, presso Cagliari, nel carcere sardo dell’Asinara, nella casa circondariale di Piacenza, e nella casa di reclusione di Milano Bollate.
Quali sono secondo lei i problemi più gravi che affliggono le carceri italiane?
«Il problema dei problemi è il sovraffollamento che è prodotto da diversi fattori. Inoltre, manca l’idea di condurre il carcere in quella dimensione peraltro prevista dalla Costituzione e dalla legge del 357 del 1975 che tratta le norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà. Non leggo un progetto reale su come deve essere il carcere. Ogni tanto spunta qualche proposta, ma si tratta di idee slegate dal principio di fondo. Oltre a risolvere il problema del sovraffollamento, bisogna creare un modello operativo di lavoro per il personale di polizia penitenziaria, è necessario inserire nel progetto l’idea del trattamento civile delle persone recluse che non c’è: non può esserci con l’aumento dei detenuti e la diminuzione degli spazi. Dopodiché, si deve pensare come tutto questo possa portare al reinserimento sociale».
Se potesse dare lei un’idea per un progetto di fondo quale sarebbe?
«Tutto sommato noi abbiamo delle norme che sono ancora valide. Parlo dei diritti all’interno del carcere, parlo del discorso degli spazi, parlo del fatto che il detenuto vive la maggior parte della propria vicenda penitenziaria al di fuori della cella che oggi si chiama camera di pernotto, e che può accedere ad altri spazi dove si svolgono le attività trattamentali; quindi parlo di lavoro, di formazione, di scuola; parlo anche di momenti di semplice aggregazione, anche ludici, magari attraverso lo sport. Non deve poi mancare un rapporto con la società, con gli enti locali. Tutto questo è già previsto dall’ordinamento penitenziario: quindi la cosa più importante è mettere in atto una sana amministrazione di base, che non mi sembra ci sia. Insomma, basterebbe applicare la legge. Poi se questa legge non regge, allora si possono cambiare le norme».
Parliamo dei suicidi in carcere: ormai sembra a una vera e propria strage.
«È tutto collegato. Ho sentito più volte dire anche da autorevoli fonti che il sovraffollamento è in stretta correlazione con le morti in carcere. Ed è vero. Perché le favorisce in diversi modi. Le favorisce perché “dentro” non si vive bene, perché si vive la promiscuità che poi fa aumentare la depressione, non c’è lavoro, non ci sono le attività. Il sovraffollamento dei detenuti comporta una minor vigilanza da un lato e una minore possibilità di poter operare quelle iniziative anche di ordine sanitario, psicologico o psichiatrico che riescano a intervenire sul fenomeno dei suicidi. È vero che il fenomeno è multifattoriale però dicendo che il solo problema è il sovraffollamento si elenca solo uno di quei fattori che lo inducono. Il sovraffollamento riduce le risorse e aumenta il bisogno. I suicidi possono essere fermati dando interessi ai reclusi e offrendo loro la possibilità di poter pensare a un futuro».
Nel numero dei suicidi si parla di quelli che sono fisicamente avvenuti all’interno del carcere. Poi ci sono quelli che riguardano persone uscite dalla reclusione.
«Certo, ma quelle morti rientrano nella casistica generale dei suicidi e non vengono annoverate tra quelli avvenuti in carcere».
Lo aveva accennato prima: quanto è importante la formazione all’interno di una struttura detentiva?
«È l’aspetto più importante. Ridare dignità al detenuto è fondamentale. Ho fatto una ricerca per conto dell’Università dell’Essex, Inghilterra, dalla quale risulta che molto più dell’attività lavorativa, la cosa importante è il discorso della dignità della persona che sta in carcere. Il problema è che noi abbiamo oggi una popolazione detenuta con un enorme problema di dignità che deve essere affrontato anche all’esterno. Ci sono i poveri, i tossicodipendenti, i malati di mente che vivono al margine del Paese e quando arrivano in carcere continuano a portarsi dietro quella condizione di marginalità e spersonalizzazione. Arrivano da situazioni emarginanti, da un disagio sociale in cui lo Stato avrebbe dovuto aiutarli come sancito dalla Costituzione. Invece, queste persone prima sono emarginate, poi commettono un reato e incappano nel sistema penale. A quel punto diventano “criminali” e non abbandonano più il sistema penale stesso perché sono recidive: i problemi che vivevano prima sono accresciuti dall’esperienza carceraria. E sono proprio queste persone ad affollare le carceri attualmente. Consideri che adesso noi abbiamo 62 mila detenuti, ma abbiamo anche 100 mila persone che sono in misure alternative e altre 100 mila che sono in attesa di condanna o assoluzione. Chi rimane in carcere sono attualmente o i più pericolosi o i meno abbienti che non hanno una formazione per poter ottenere una misura alternativa».
