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I racconti liberi dalla sezione femminile di Rebibbia

di Patrizia Pertuso

«Questo laboratorio di narrazione teatrale è lo specchio delle donne di Rebibbia: sei mesi, tredici incontri e un percorso a ostacoli per realizzare un libro e un documentario che porta alla luce la fragilità delle detenute e l’inadeguatezza del sistema». Così, Donatella Codonesu, giornalista, traduttrice teatrale e organizzatrice di eventi, racconta la sua esperienza nel carcere romano di Rebibbia. Codonesu è Direttrice Artistica di KIT Italia, direttore associato di In Scena! Italian Theater Festival NY, co-fondatrice di OnStage! per la promozione del Teatro Americano in Italia; collabora con l’Università Roma Tre e con la Libera Università IULM a Milano. In qualità di membro del direttivo di Ri-scatti ODV promuove progetti sociali attraverso le arti.

Come è nata questa esperienza a Rebibbia?

«Da ottobre 2022 a marzo 2023 Ri-scatti ODV, associazione di riscatto sociale attraverso le arti, ha tenuto un laboratorio di narrazione all’interno della sezione femminile del carcere di Rebibbia, incontrando le detenute nella casina Koinè, uno spazio “libero” nel cuore del cortile del carcere. Nell’arco di quei sei mesi l’iniziale progetto si è trasformato, andando incontro alle molte difficoltà logistiche ed emotive che emergevano negli incontri, rivelando la grande fragilità di donne che fanno i conti con la perdita di identità rispetto al ruolo di mogli e madri, con la solitudine generata da un sistema che non aiuta la socializzazione e non riesce ad arginare diffidenze e rivalità. Attraverso le storie prevedeva un laboratorio di narrazione teatrale condotto dall’attrice Michela Cesaretti Salvi e destinato alle detenute madri. Inizialmente rivolto alle detenute ospitate presso la Casa di Leda, casa protetta per donne recluse con figli minori, dopo settimane di trafile burocratiche e grazie all’intervento dell’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Roma era poi approdato alla direzione della seziona femminile di Rebibbia. Accolto dall’allora direttrice, Alessia Rampazzi, e dall’educatrice, Eugenia Fiorillo, era partito con la presentazione nel teatro interno di un monologo dell’attrice, con lo scopo di individuare alcune detenute madri che volessero partecipare al laboratorio». 

Quante donne hanno risposto?

«Diciotto donne di età e provenienza diversa si sono iscritte e hanno partecipato agli incontri nelle settimane seguenti, alcune con maggior assiduità, ma tutte svelando una grande difficoltà ad esprimersi – anche per una scarsa padronanza della lingua italiana-, ad aprirsi e a raccontarsi. Il percorso laboratoriale si è quindi dovuto adattare con estrema flessibilità alle esigenze del contesto, lasciando spazio ad esercizi fisici per rilassare il corpo e facilitare la comunicazione non verbale, mentre l’idea del racconto di verità scomode in forma di fiabe per bambini, si è trasformata in una raccolta di frammenti, trascritti e assemblati per tematica, senza altra forma di editing».

A cosa ha portato questa esperienza laboratoriale? 

«Due gli esiti tangibili: la raccolta di brevi testi nel libro “Salvate dai Pesci. Racconti delle detenute di Rebibbia” (a cura di Mauro Corso, Maria Frega, Castelvecchi Editore), e un documentario con lo stesso titolo (a cura di Stefano Corso per Ri-scatti ODV).  Entrambi accolgono le voci delle detenute: storie di nomi, di oggetti, di luoghi fisici possibili e impossibili, di ricordi, desideri e rimpianti. Storie fragili e dolenti che lasciano sempre uno spiraglio di luce per la speranza e per la libertà. Il documentario, eccezionalmente girato all’interno del carcere, ha vinto il premio Luciano De Feo al 14esimo Festival Lo Spiraglio, il film festival della salute mentale, al MAXXI di Roma. All’interno del volume, un QR code ne permette la visione. Anche per la sua evoluzione in corso d’opera, il progetto apre uno spaccato sulle condizioni psicologiche delle donne recluse e sulla loro dimensione temporale: un passato che avrebbe potuto essere ma non è stato, un presente doloroso, un futuro incerto. Gli esiti del laboratorio, il libro e il documentario, oggi raccontano il percorso in presa diretta, permettendo alle voci delle detenute di circolare liberamente. Ma i contenuti, che passano per metafore e sogni, sono l’evidente proiezione delle costrizioni psicologiche dettate da un contesto di emarginazione, prima, e di reclusione, poi. Tirando le somme, da un lato il piccolo gruppo di detenute ha avuto l’opportunità di raccontarsi e di trovarsi in diretta relazione con il mondo fuori, in uno spazio protetto in cui la dimensione individuale e la dimensione collettiva, nonostante le molte differenze, coincidono. Dall’altro, il cambio di direzione della sezione femminile ha determinato l’impossibilità di condividere con le protagoniste libro e documentario (il diniego non è peraltro stato motivato), vanificando in parte i benefici di un percorso che per le detenute rimane così parzialmente incompiuto. La riflessione si sposta quindi sull’arbitrarietà con cui i supporti esterni vengono accolti, sulla mancanza di una logica motivata di accesso al sostegno sociale e sulla conseguente mancanza di garanzie per le detenute di poterne usufruire con regolarità».

Come opera Ri-scatti ODV in ambito carcerario?

«Il modus operandi di Ri-scatti ODV prevede l’individuazione di categorie fragili e la collaborazione con associazioni no profit di volta in volta diverse, per coinvolgere gruppi di persone in laboratori fotografici o teatrali. Nel corso degli incontri vengono forniti strumenti espressivi grazie ai quali queste persone possano raccontarsi grazie a una nuova voce, che viene poi amplificata nell’esito pubblico del laboratorio. Nel corso dei 10 anni di vita dell’associazione, sono state realizzate diverse mostre di fotografia e alcune restituzioni teatrali, con il duplice fine del riscatto personale e di categoria, grazie alla destinazione dei fondi a favore delle associazioni coinvolte, e della sensibilizzazione sulla specifica tematica affrontata. Persone senza fissa dimora, prostitute vittime di tratta, vittime di bullismo, giovani affette/i da disturbi del comportamento alimentare sono alcune delle fragilità affrontate, in collaborazione con il Padiglione di Arte Contemporanea di Milano che dal 2013 ospita le esposizioni di Ri-scatti. Nel 2022 ci si è confrontati in modo inedito con il tema della carcerazione, estendendo il laboratorio fotografico ai quattro istituti di detenzione lombardi (Casa di Reclusione di Opera, Casa di Reclusione di Bollate, Casa Circondariale F. Di Cataldo, IPM C. Beccaria) e coinvolgendo sia detenuti che polizia penitenziaria per raccontare la “vita dentro” dai due diversi punti di vista. In parallelo a Roma, nella sezione femminile del carcere di Rebibbia, si è sviluppato il laboratorio teatrale oggetto di questo racconto».

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