di Patrizia Pertuso
Susanna Ripamonti, giornalista professionista, ex inviata dell’Unità, dal 2008 anni dirige carteBollate, un bimensile scritto dalle persone detenute nel carcere milanese.
Quando è nato carteBollate?
«Nel 2001, quando da poco era stato inaugurato il carcere di Bollate: è stata una delle prime attività promosse dall’Istituto. È nato per iniziativa di alcuni detenuti, coordinati da un volontario esterno, giornalista, e dall’associazione Mario Cuminetti. Inizialmente la redazione era composta da sei persone, tutti uomini, dato che all’epoca il carcere era solo maschile».
Qual era e qual è l’obiettivo di questo giornale?
«Ha avuto subito un taglio giornalistico: l’obiettivo era informare sul carcere e dal carcere e molto spazio era dedicato alle attività che si svolgono a Bollate, ai problemi dei detenuti, in un’ottica più locale. Era un giornale fatto in carcere che raccontava ciò che accade in carcere. Col tempo gli obiettivi sono cambiati: l’informazione privilegia sempre le stesse tematiche, ma in un’accezione più ampia. Il primo sfoglio del giornale affronta i temi più attuali della giustizia e i grandi temi legati alla detenzione, ma anche argomenti di politica, cultura e attualità, non necessariamente legati al carcere. È stata una specifica richiesta della redazione che giustamente non voleva un’informazione “ghettizzata”, ma voleva portare anche il punto di vista di chi è detenuto sui fatti all’ordine del giorno. La parte centrale del giornale è dedicata a un dossier monotematico che affronta di volta in volta temi di discussione e approfondimento: per esempio, scuola, lavoro, affettività, web in carcere, donne e carcere, tossicodipendenze e via dicendo. Il secondo sfoglio è per così dire la cronaca locale ed è dedicato a notizie dall’interno, attività, problemi, iniziative relative al carcere di Bollate. Ci sono poi alcune pagine rubricate dedicate a temi di alleggerimento: il viaggio, ovvero “dove ti porterei se non fossi qui”, poesie, racconti, ricette, benessere, ma anche riflessioni sul proprio vissuto o racconti esperienziali particolarmente emblematici, anche se in generale i nostri redattori non usano la scrittura per raccontare se stessi, cosa che rischierebbe di trasformare un giornale carcerario in una sorta di cahier de dolèance, che riporta un solo punto di vista, non sempre oggettivo».
Chi sono le persone che scelgono di far parte della redazione?
«Sono ammessi tutti coloro che ne fanno richiesta, senza nessuna particolare selezione, se non il vaglio collettivo della redazione. Inizialmente chiedevamo ai nuovi arrivati quali fossero le loro motivazioni, ma la risposta era sempre la stessa: “perché mi piace scrivere”. Adesso ai nuovi arrivati chiediamo di raccontarci chi sono, che interessi hanno e chiariamo subito che non abbiamo bisogno di sapere il reato che hanno commesso perché non abbiamo le competenze per lavorare su questo. Lo faranno con psicologi, criminologi, educatori e assistenti sociali. Con noi devono imparare a scrivere e informare. Spieghiamo che per lavorare in un giornale che fa soprattutto informazione bisogna raccontare i fatti, ascoltare le opinioni dei propri compagni, ma anche di poliziotti e operatori, verificare le notizie confrontando fonti diverse, documentarsi e raccogliere dati. Si può affrontare qualunque argomento, si possono fare critiche, si può e si deve denunciare tutto quello che non va, ma bisogna farlo non sulla base di sensazioni o del sentito dire, ma dimostrando la veridicità di ciò che si afferma. Non si scrive quasi mai in prima persona, ma oggettivando il racconto. Le testimonianze si utilizzano, ma quando sono emblematiche e servono per far emergere problemi condivisi. All’inizio qualcuno è un po’ disorientato, ma tutti, nel giro di poche settimane ce la fanno».
Attualmente quante persone fanno parte della redazione?
«La redazione è composta da una ventina di redattori e redattrici: attualmente ne fanno parte quindici uomini, sei donne e sette volontari esterni, ma a differenza dei primi anni adesso gli avvicendamenti sono frequenti perché i detenuti escono, accedono a misure alternative e la permanenza in carcere si è abbreviata. Una decina di loro fanno parte anche della redazione radiofonica e producono un giornale-radio che va in onda ogni settimana su RadioPopolare. Per il giornale, ci si riunisce una volta a settimana, prima al femminile e poi al maschile e una volta al mese si fa una riunione congiunta, uomini e donne assieme».
Ci racconta una riunione di redazione?
«Il giornale è un bimensile e viene programmato all’inizio del mese nella riunione congiunta. In genere sono i redattori a proporre i temi che vogliono affrontare e il ruolo di noi esterni è quello di coordinare e dare forma giornalistica ai temi proposti. Ovviamente anche noi a volte proponiamo argomenti e in qualche caso scriviamo, ma in generale il giornale è scritto, pensato e finanziato dai detenuti».
Chi legge carteBollate?
«carteBollate ha una tiratura di un migliaio di copie, circola prevalentemente all’interno, ma circa 200 copie sono spedite in abbonamento. Lo ricevono gratuitamente giornalisti, magistrati di sorveglianza e a vario titolo, addetti ai lavori ed è distribuito alle persone – moltissime – che vengono in visita in carcere tra cui studenti, delegazioni, artisti, operatori. È sia cartaceo sia on line (www.ilnuovocartebollate.org ). L’abbonamento si può fare dal sito o con bonifico bancario, costa 30 euro per 6 numeri annui, 15 euro se si desidera ricevere solo la copia digitale».
In che altro modo viene finanziato?
«Attraverso un’attività che carteBollate svolge per il carcere: abbiamo in appalto il servizio fotografico: i nostri fotografi, su richiesta, fanno foto ai loro compagni in occasione di feste, eventi vari e o colloqui. Noi facciamo stampare le foto e le vendiamo ai detenuti, attività che ci consente di sopravvivere. Non abbiamo nessun finanziamento, né pubblico né privato, ma spesso raccogliamo donazioni da parte dei nostri lettori. Organizziamo anche seminari sul carcere, nelle scuole di giornalismo, in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti o in Università, che in alcuni casi vengono pagati e anche questa è una forma di finanziamento del giornale. L’assenza di finanziamenti sicuri a volte ha messo a rischio la sopravvivenza del giornale, che però, nei suoi 23 anni di vita non ha mai interrotto le pubblicazioni, neppure durante la pandemia. Anzi, proprio in quel lungo periodo di isolamento, carteBollate ha continuato a uscire, grazie al senso di appartenenza e di responsabilità dei redattori, che hanno continuato autonomamente il lavoro redazionale, chiedendo a noi volontari, che non potevamo accedere al carcere, un contributo esterno per andare in stampa malgrado le difficoltà».
Come lavoravate in quel frangente?
«I pezzi ci arrivavano per posta, scritti a mano. Noi li trascrivevamo, li impaginavamo e quei numeri sono forse i più belli che abbiamo prodotto».
Passiamo alla formazione dei redattori.
«La formazione dei redattori viene fatta sul campo: imparano questo mestiere facendolo e, ovviamente, con una serie di indicazioni, correzioni, suggerimenti che di volta in volta diamo. L’impaginazione è fatta dalla nostra art director, Federica Neeff, una volontaria che si occupa della supervisione grafica del giornale. È stampato dalla tipografia Zerografica, gestita da detenuti. Purtroppo questa esperienza non può trasformarsi in un’attività professionalizzante per i detenuti, per le regole deontologiche dell’Ordine: non vi si può accedere se non si è incensurati. Una questione che forse andrebbe riconsiderata, individuando possibili deroghe che riconoscano dignità giornalistica al lavoro di informazione fatto in carcere».
