Lo Spoon River delle valli bergamasche al tempo del Covid. In un libro, volti e memorie di chi, in silenzio, è stato ‘rapito’ dal contagio

È l’Antologia di Spoon River delle valli bergamasche ai tempi della prima terribile ondata del Covid-19 – in Val Seriana, la più colpita, Alto e Basso Sebino, Val di Scalve, Val Cavallina, Val Calepio – a Bergamo città e nei paesi della Valcamonica in provincia di Brescia. Come è noto l’originaria Antologia di Spoon River scritta dal poeta statunitense Edgar Lee Masters è una raccolta di racconti, in forma di epitaffio, sulla vita dei residenti dell’immaginario paesino di Spoon River, sepolti nel cimitero locale. Questo libro è uno Spoon River al tempo del Covid nelle valli bergamasche e contiene centinaia di ricordi e memorie di bergamaschi deceduti per il virus maledetto del 2020. All’inizio i racconti sono stati raccolti in 28 pagine pubblicate sul quindicinale Araberara (il nome della testata è l’inizio di una filastrocca, la sede è a Clusone, distribuzione in oltre 5 mila copie nelle edicole di Bergamo e delle valli dell’est della provincia). Dopo tre mesi le memorie sono diventate un libro di 216 pagine che sarà distribuito (gratuitamente) a partire da giovedì 3 dicembre. Per avere il libro bisogna scrivere una mail a redazione@araberara.it oppure telefonare allo 0346.25949. “L’idea è nata così, a marzo di questo anno terribile – spiega Piero Bonicelli, direttore di Araberara – Ci eravamo guardati negli occhi dopo che un anziano era passato in redazione con la foto di sua moglie che non ce l’aveva fatta, ci aveva chiesto cosa sarebbe potuto costare raccontare la sua storia, e abbiamo deciso di dare spazio a tutti, voci, cuori e sentimenti perché chi se ne era andato non poteva ridursi a un numero dentro statistiche da ricordare ai posteri.
Così abbiamo passato giorni e qualche notte ad ascoltare, raccogliere, ricordare chi un saluto non aveva potuto averlo. L’unica cosa che potevamo fare era donare la penna. Perché come ha scritto uno di noi ‘il dramma di questi mesi non è fatto di numeri ma di storie. Da scrivere. Da raccontare. Da custodire. E l’uomo per vivere il presente e guardare al futuro ha bisogno di storia e di storie’. L’idea era nata così. Perché parlare di chi non c’è più come se ci fosse ancora è come averlo ancora addosso, dentro, dappertutto. Di parole ne hanno scritte tutti, troppo. Chi invece di parole non ne ha scritte, né pronunciate, è chi è andato in cielo in mezzo al silenzio, senza un saluto. Così abbiamo deciso di fare parlare loro”. Due prefazioni fanno da cornice a questo singolare libro, una di monsignor Francesco Beschi, vescovo di Bergamo, l’altra del genetista, filosofo, scrittore Edoardo Boncinelli. “Evocando quella rappresentazione letteraria, leggiamo in questo testo, le epigrafi di donne e uomini rapiti dal contagio – scrive il vescovo di Bergamo – Il volto sottratto anche all’ultimo pianto, il nome sussurrato nelle case da cui li abbiamo visti partire, senza poter compiere nemmeno il gesto dell’estrema pietas: quello di seppellire i nostri morti”. Tra le istantanee che ricorda il genetista Edoardo Boncinelli l’ormai famosa colonna dei camion militari che portano via le salme ma anche i cimiterini di montagna che accolgono tante esistenze sospese.
Una volta la vita e la morte si conoscevano appena – scrive il genetista – Erano entrambe molto riservate ed esclusive: “Buon giorno” “Buona sera”. Una usciva e l’altra entrava. Arrivò l’Uomo e fece le presentazioni. Da allora “quelle due” si conoscono, anche se molto superficialmente. Al punto che per riconoscersi alla vista devono urtarsi. È accaduto quest’anno un po’ in tutta Italia, ma con particolare accanimento nelle terre bergamasche. In una di queste valli c’ero anch’io, qualche mese fa, amorevolmente accudito in un letto d’ospedale, anche se nel mio caso il Coronavirus non c’entrava niente”. E ancora il direttore di Araberara, Piero Bonicelli: “il dolore è dilagato come un nuovo diluvio universale, perché tutto il mondo ne è stato colpito. Ma Bergamo (e le sue valli) è stata la terra della prima tremenda ondata, quelle sirene che mortificavano il suono della campana a morto. Chi è morto in casa ha avuto almeno il conforto di un’ultima carezza, un ultimo saluto, chi è morto in ospedale è diventato un numero, spesso su un materasso nei corridoi, finito in camere mortuarie di fortuna, portato via nelle notti dei lunghi cortei di camion carichi di bare, con un’urna di cenere che è tornata a casa (quando ci è tornata) come una piccola reliquia e i cimiteri svuotati di memoria. Questo libro vuole supplire in parte a quel vuoto, all’assenza dei lunghi funerali con cui il paese ‘archiviava’ un pezzo della sua storia comune”.