Aggiornamento continuo: un manifesto in 10 punti

La Formazione è uno dei compiti istituzionali a cui l’Ordine è chiamato. Per farne uno strumento al servizio di tutti occorre ascoltare i bisogni reali degli iscritti, conciliare esigenze diverse per età e percorsi e alzare lo sguardo su orizzonti europei. Un decalogo per spiegare come è possibile riuscirci.

di Francesco Gaeta, Innovation manager dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia

Sugli oltre 23 mila iscritti all’Ordine dei giornalisti della Lombardia, quelli con meno di 40 anni sono circa 3.700, con una media di professionisti del 20% (contro il 40% nelle altre fasce di età). L’Ordine appare cioè come una piramide rovesciata, e rispecchia l’immagine demografica del Paese. È un corpo con una testa ipertrofica e busto e gambe deboli. È da qui che occorre partire per ragionare su quale formazione – compito che all’Ordine spetta per statuto – sia necessario progettare e assicurare nei prossimi anni.

Conciliare bisogni formativi differenti

Perché è chiaro a tutti: alla giuntura di quella cifra – chi oggi ha 40 anni – si colloca anche la cesura della trasformazione digitale che ha stravolto il mondo dell’informazione, ha innovato strumenti e processi, ha ristrutturato lo statuto della professione. Come conciliare bisogni formativi di generazioni così diverse? Come evitare che la formazione risulti inadeguata ai nativi digitali e ostica agli altri? Per un verso, occorre offrire ai giornalisti over 40 una formazione che consenta loro di padroneggiare le nuove tecnologie per rimanere nel mondo del lavoro. Vale per i “garantiti” da un contratto, alle prese con periodiche ristrutturazioni aziendali, e ancor più per i giornalisti usciti da percorsi di lavoro dipendente, affinché trovino nuovi spazi professionali. Dall’altro serve un cambio di passo per offrire ai giovani una formazione realmente utile (e percepita come tale), che faccia la differenza nel loro lavoro quotidiano. Di più: occorre dimostrare a chi ha meno di 40 anni che questo tipo di formazione – nella regione in cui si registra il più alto numero di quotidiani cartacei (nel 2021 erano 21 su un totale nazionale di 117) e online (60, su un totale di 416) – può arrivare dal loro riferimento istituzionale, l’Ordine dei Giornalisti, e che iscriversi all’Ordine presenta almeno questo indubbio vantaggio.

Occorre dimostrare a chi ha meno di 40 anni che una formazione utile e che faccia la differenza può arrivare dal loro riferimento istituzionale, l’Ordine dei giornalisti

Le linee guida di una “strategia della formazione”

L’Ordine lombardo ha fatto tanto e bene negli anni scorsi. Ha organizzato sul proprio territorio oltre 400 corsi all’anno, ridotti a causa del Covid negli anni 2020 (53) e 2021 (104). L’offerta formativa sul territorio della Lombardia è completata dai corsi aziendali, pur in deciso calo: sono passati dagli 80 del 2019 ai 22 del 2021. Il triennio formativo 2023/5 sarà fondamentale per raffinare e innovare questa offerta. Come? Virus permettendo, la quota di corsi in presenza tornerà a essere maggioritaria rispetto a quelli in streaming. Se un’aula vuole essere anche laboratorio e scambio di esperienze i corsi in presenza restano un’occasione fondamentale. Sarà importante allargare il ventaglio dei temi trattati, avocando all’Ordine aree di frontiera, ancora prevalentemente lasciate agli enti terzi. Non solo il digitale (strumenti e tecniche di produzione giornalistica; trasformazione digitale dei settori economici), ma anche le tematiche ESG (transizione ambientale, inclusione sociale, modelli sostenibili di sviluppo economico), che sono al centro dell’Agenda 2030. Occorre anche mantenere e rafforzare i corsi relativi alle questioni di genere e alle pari opportunità, perché decisive per il futuro anche della nostra professione. E servirà avere maggiore reattività su “tematiche di urgenza” politica, economica e sociale e politica, per fornire strumenti di analisi della cronaca, per una formazione la più possibile vicina a ciò che accade.

Un programma in 10 punti.

Se dovessimo andare per punti, ecco un piccolo decalogo per il triennio 2023/5. Definisce quel che l’Ordine intende fare. Alcune di queste linee d’azione sono già state intraprese in questi mesi.

1. Fare a meno dell’inutile. Per esempio della convegnistica: un convegno, salvo rarissime eccezioni, non è un corso di formazione.

2. Fare a meno degli “autori”. Intesi come autori di libri. Un corso di formazione non è una recensione, è un servizio agli iscritti (e paga una quota annuale) non a chi è in cattedra.

3. Non solo corsi, anche per-corsi. Temi complessi vanno sviluppati in più di un modulo da tre ore: abbiamo già avviato e incentiveremo percorsi di formazione in più moduli.

4. Partnership di livello. Coinvolgeremo i migliori enti formativi del territorio. Lo abbiamo già fatto con l’Università Bocconi (due cicli sullo sviluppo economico), lo faremo ancora, senza timore di coinvolgere anche le aziende (lo abbiamo già fatto con Leonardo sulla cybersecurity).

5. Scala internazionale. Stiamo lavorando per accreditare l’Ordine dei giornalisti della Lombardia in sede europea affinché possa accedere a Fondi europei per la formazione (programma Erasmus).

6. Formare i formatori. Sono una trentina i giornalisti impegnati in corsi organizzati dall’Ordine. Intendiamo raddoppiare questa cifra nei prossimi due anni. Formeremo i formatori con i fondi del progetto Erasmus di cui al punto 5.

7. Raccogliere i feedback. Per corsi che servano davvero ci servono valutazioni sulla loro qualità. Alla fine di ogni corso invieremo ai partecipanti un questionario. Abbiamo già iniziato.

8. Prezzo simbolico. La formazione è gratuita. Ma ci sono alcuni corsi, a volte indispensabili, che oggi vengono erogati soltanto da enti terzi, a prezzi insostenibili per la maggior parte degli iscritti. Vorremmo che quei corsi fossero gestiti dall’Ordine e a suo carico, con un contributo simbolico di chi frequenta: pagare meno e frequentare tutti è un modo per democratizzare l’offerta formativa.

9. Feedback sul prezzo simbolico. Chiederemo gli iscritti il loro parere su questa operazione di “prezzo simbolico”. Perché, se deve essere, sia la più condivisa possibile.

10. Deontologia. La deontologia non è un vincolo ma una boa di orientamento. La quota di corsi deontologici crescerà. Non solo per dovere istituzionale, ma per una ragione di mercato. Responsabilità verso i cittadini, credibilità e sostenibilità economica si tengono.

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