L’esame di Stato e il metodo del giornalismo

( Saluto del presidente Riccardo Sorrentino ai partecipanti del 99° corso di preparazione all’Esame di Stato – Milano, Kpmg, 29 marzo 2022 )

A cosa serve l’Esame di Stato? Poniamocela infine questa domanda. In alcuni momenti è importante porsi anche le domande che possono sembrare impertinenti. Anche quando il motivo è semplicemente la tensione di dover superare una prova dal sapore un po’ artificiale.

Perché allora? È una domanda importante, soprattutto per noi giornalisti. La risposta più semplice, più immediata, non ha mai convinto. All’estero l’esame per i giornalisti non c’è. Esistono commissioni che riconoscono formalmente lo status di giornalista, attribuendo quindi diritti e doveri rafforzati per lo svolgimento della professione, ma non c’è un esame.

Gli esami professionali – di Stato, o anche privati – hanno la funzione di valutare le competenze del candidato, allo scopo di certificarne la capacità di svolgere una professione; ma – l’obiezione è immediata – questo ha molto senso per un medico, per un ingegnere, per un avvocato. In California, e non solo, l’esame per l’accesso alla professione di avvocato è così importante che non è neanche necessaria la laurea: basta la pratica, e la dimostrazione di essere padroni, in un sistema giuridico molto diverso dal nostro, di un metodo.

Ma per il giornalismo? Quali sono le competenze da certificare? Saper scrivere, certo, ma non è una qualità specifica del giornalismo. La Costituzione e qualche nozione di diritto. La deontologia… Cose importanti ma, ammettiamolo, è un po’ poco rispetto a quello che viene richiesto a un medico.

Vengono allora mille “sospetti”, chiamiamoli così. Sappiamo bene che gli Ordini professionali e l’esame di Stato sono stati inseriti nella nostra Costituzione per iniziativa di un gruppo di Costituenti animati da una forte nostalgia. Nostalgia per il medioevo, e questo non è un male, anche il concetto di rappresentanza su cui si basa la nostra democrazia è medievale; ma anche per un certo fascismo, che aveva adottato alcune forme di corporativismo che non esaurivano certo la dottrina sociale cattolica – va ricordata, tra le alternative, almeno la proposta politica di Luigi Sturzo – ma che aveva quelle radici. Il primo albo dei giornalisti, del resto, era fascista.

Così interpretato allora l’esame di Stato sembra davvero avere la funzione di limitare l’offerta di lavoro giornalistico, così come è servito – a volte tragicamente – a limitare l’offerta di lavoro dei medici, o degli avvocati…

Per l’Ordine dei giornalisti, però, le cose non sono così semplici. Perché la Corte costituzionale è intervenuta a precisare che questo Ordine – già atipico per la sua struttura, la forte autonomia degli ordini regionali rispetto a quello nazionale – deve comportarsi in modo decisamente opposto a quello di una corporazione. Deve garantire l’accesso. Comunque sia nata l’idea dell’Ordine professionale, e dell’Ordine dei giornalisti, l’ordinamento italiano è evoluto spingendo questo organismo verso un’altra direzione.

Osserviamo allora più attentamente le associazioni professionali esistenti all’estero. Sono quasi tutte espressione sia del mondo sindacale, sia di quello imprenditoriale. Il riconoscimento dello status di giornalista è la ricognizione di un fatto: quello di lavorare, con sufficiente continuità, per una o più strutture redazionali. L’Ordine italiano, che è stato costituito nel 1963, va un po’ al di là di questo. Riconosce la figura del pubblicista, permette – grazie a importanti evoluzioni giurisprudenziali – il riconoscimento d’ufficio del praticantato. Ha ampliato le forme di giornalismo; e vincola le decisioni delle imprese di “creare” giornalisti attraverso l’esame. Ecco. La prima funzione dell’esame: garantire alla professione una certa autonomia.

Permettetemi ora, per andare oltre, un ricordo personale. Nel 1997 il partito radicale propose un referendum per l’abolizione dell’Ordine dei giornalisti. Votai contro l’abolizione, ma ricordo che valutai con attenzione quell’ipotesi. Un’opinione mi colpì molto, ed era quella di mio padre, avvocato, che aveva regolarmente svolto il “suo” esame di Stato. Mi disse: «Perché dovresti voler abolire l’Ordine? Hai fatto l’esame…». È  un punto  importante: è l’esame che rende importante la professione e l’Ordine, non viceversa. Si può pensare – se ne è discusso, se ne discute – all’Ordine come ente pubblico, oppure come associazione privata; si possono immaginare per il futuro più società professionali, che concorrono tra loro, come l’Unione europea sembra auspicare. Per rendere però davvero importanti le professioni svolte e le associazioni professionali, oltre all’obbligo di iscrizione, c’è solo l’esame.

Resta il problema: un esame per certificare quali competenze? Un tempo, quando si immaginava che si potesse imparare il giornalismo soltanto “per strada”, era difficile immaginare competenze specifiche. Oggi, nel mondo del social, del citizen journalism, delle fake news, dell’infodemia, le cose sono cambiate. Si sente sempre più l’esigenza – e in qualche caso la mancanza – di un metodo, un metodo forte del giornalismo, che permetta di capire realtà non semplici.

Essere accurati, questo è il lavoro del giornalista: avere chiari i concetti chiave, capire le interrelazioni tra i fatti e tra i dati e le relazioni logiche tra i pensieri, avere tutti gli strumenti per elaborarli. Tutto mi sarei immaginato, quando ho iniziato questo lavoro, tranne che avrei avuto bisogno di ripetere e persino di studiare ancor più matematica, e di padroneggiare un linguaggio di programmazione di carattere statistico. Eppure è quello che faccio, quasi ogni giorno. La mia può essere un’esperienza limite, legata alle caratteristiche peculiari del mio lavoro, vicino per certi versi al data journalism. Mi sembra però abbastanza chiaro che, a poco alla volta, si sta precisando una precisa metodologia del giornalismo.

L’esame di Stato di oggi, forse, non riesce ancora a catturare tutta questa evoluzione. Non si può dire però che non sia cambiato: in passato era profondamente diverso, le modalità usate oggi sono state mutuate, piuttosto, dall’esperienza delle scuole di giornalismo perché più adatta alle trasformazioni del  giornalismo.

È inevitabile che nel tempo l’esame cambierà ancora. Sarà un bene: significherà che abbiamo capito, finalmente, che per svolgere questa professione occorre un metodo sicuro, forte; e che l’esame deve essere all’altezza di tutto questo.

Non si può dire però che l’esame di oggi, pur migliorabile, sia inadequato. Vivete allora l’esame per il quale vi state preparando per quello che è davvero. Non una scocciatura, né una formalità. Piuttosto, come il momento in cui la sostanza della vostra professionalità, del vostro metodo, diventerà anche forma, che potrà essere mostrata agli altri. Sarà pura forma, mi direte, ma sarà il modo in cui la sostanza che è dietro potrà essere riconosciuta e certificata. Può sembrare poco. Non lo è.

Grazie di tutto, e buon lavoro