Il giornalismo e la violenza sulle donne: distinguere vittime e carnefici

Una delle grandi tendenze della società contemporanea va – faticosamente, a volte – verso la totale parità di genere e la più ampia libertà di scelta di tutti gli aspetti della propria vita. C’è chi confonde piani diversi, e pensa che si tratti di un progetto politico, ma non è così; è la società che cambia, evolve, sperimenta, in nome di un antico principio, quella della uguale dignità degli esseri umani.

Le resistenze di molti individui, che spesso sfociano in violenze aperte, mostrano – in modo purtroppo tragico, assolutamente inaccettabile, da respingere con tutte le nostre forze – quanto siano intensi i cambiamenti che la nuova mentalità richiede. Appuntamenti dall’alto valore simbolico come la Giornata per l’eliminazione della violenza delle donne, il 25 novembre, aiutano a mantenere dritto il timone in un processo difficile, che coinvolge direttamente, e non potrebbe essere altrimenti, le giornaliste e i giornalisti.

Il principio fondamentale, nel raccontare i tristi episodi di violenza sulle donne (e non solo), non può che essere quello, generale, di rispettare la differenza tra vittima e carnefice, che non possono essere confusi neanche durante la ricerca, imprescindibile, di tutti i dettagli rilevanti delle vicende raccontate.

L’impegno dell’Ordine dei giornalisti, che ha anche il compito di alimentare una discussione su cosa sia il giornalismo ideale, dall’alto significato etico, deve essere anche su questo aspetto inequivocabile. L’etica, ovviamente, non è il rispetto di una regola scritta per timore di una sanzione, sia pure “solo” disciplinare: si rischierebbe la burocratizzazione della deontologia, l’ethical red tape. L’etica è la ricerca, nelle situazioni concrete, del comportamento più corretto, più rispettoso, più responsabile, del modo giusto di vivere quella incomprimibile libertà di informazione e di critica che è al cuore della nostra professione. Raccontare la violenza sulle donne è allora, per tutti noi, il momento in cui si rivela la nostra maturità.

Dobbiamo tutte e tutti essere all’altezza delle tragedie a cui assistiamo. (R.Sor.)