I tre rischi della «presunzione di innocenza»

( Saluto del presidente Riccardo Sorrentino alla Tavola rotonda tra magistrati, avvocati e giornalisti su«Presunzione di innocenza e diritto di cronaca» organizzata dalla Usigrai – Milano 24 febbraio 2022 )

 

«Tout homme [est] présumé innocent jusqu’à ce qu’il ait été déclaré coupable…».

«Si presume innocente ogni uomo sino a quando non sia stato dichiarato colpevole…».

Sono molto contento di poter citare qui la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789, questo straordinario documento della nostra civiltà contemporanea, e per questa opportunità ringrazio molto gli organizzatori di questo convegno per avermi invitato a porgere il saluto dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia.

Perchè la dichiarazione del 1789? Perché nel recepire la direttiva del Parlamento europeo sulla presunzione di innocenza, la Francia ha pensato bene di indicare una serie di norme già vigenti nel suo ordinamento, a cominciare proprio dall’articolo 9 della Dèclaration, che ha valore di norma costituzionale.

L’Italia – con altri Paesi – ha fatto una scelta diversa: ha emesso un decreto legislativo, che ha peraltro arricchito le disposizioni in materia di riorganizzazione dell’Ufficio del Pubblico ministero, e in particolare le norme che definiscono i rapporti con gli organi di informazione. Non sono un giurista, ma la sensazione che si sia agito con un po’ di eccesso di zelo è molto forte. Il nuovo sistema sembra burocratizzare e rallentare l’intero flusso di informazioni non solo sui processi, ma anche su tutta l’attività di polizia, persino quella che sembra essere formalmente esclusa dall’applicazione delle norme.

L’Ordine della Lombardia ha raccolto in queste settimane, in questi giorni, molte preoccupazioni da parte dei giornalisti di cronaca nera e di cronaca giudiziaria. Se ne parlerà, qui. Nessuno contesta il principio di presunzione di innocenza. Molti, moltissimi lamentano che le nuove regole, soprattutto se male interpretate, possono rendere molto difficile fare cronaca in modo accurato, e quindi professionalmente e deontologicamente ineccepibile, e possono quindi comprimere nei fatti, e in nome delle migliori intenzioni, il diritto a dare e ricevere informazioni.

Tre sono i motivi di preoccupazione. Del primo ho già parlato: la burocratizzazione, anzi la pietrificazione quasi dei flussi di informazione. Con applicazioni e interpretazioni difformi non solo da circondario a circondario, ma a volte anche all’interno di ciascun circondario.

Il secondo fa parte di un problema più grande: il mondo del giornalismo vede ovunque minacciato il proprio ruolo di gatekeeping, quel compito di individuare quali notizie possano essere rilevanti non semplicemente per l’interesse pubblico, ma anche – in una società articolata come le nostre contemporanee – per quello del proprio pubblico di riferimento. Nessuno può contestare le capacità e il diritto dei magistrati a individuare quale sia l’”interesse pubblico”, come prevede la legge. Esiste però un parallelo diritto dei giornalisti – connesso al diritto di cronaca – a individuare quali siano gli elementi meritevoli di essere conosciuti pubblicamente. Sono, a ben vedere, due criteri di valutazione, quello del magistrato e quello del giornalista, profondamente diversi. Il sistema che si sta costruendo sembra tutelare uno e ostacolare l’altro, già in gravi difficoltà: a rischio è la fiducia del pubblico verso il giornalismo professionale. Nell’epoca delle fake news, usate anche per scopi militari, e dei social network, non è una buona cosa

Un problema – il terzo – tende a essere sottovalutato: è quello della selezione avversa delle fonti. Se le fonti ufficiali diventano difficili da contattare, se anche la semplice verifica delle informazioni raccolte diventa macchinosa o impossibile, è evidente che il giornalista dovrà fare crescente affidamento ad altre fonti, non ufficiali, portatrici di una propria agenda, persino meno interessate al rispetto delle leggi. Queste fonti possono acquisire un ruolo – per così dire – quasi di monopolio o di oligopolio dell’offerta di informazioni, in generale oppure su alcuni determinati processi. Con una conseguenza importante: il rischio che si instaurino comportamenti strategici – in concreto un complesso do ut des o addirittura un tit for tat informativo – che può rendere più torbidi, invece che rendere più limpidi, i flussi di informazione.

Anche per questi motivi, l’Ordine della Lombardia intende incontrare i principali protagonisti del nuovo sistema di organizzazione dei flussi di informazione in materia giudiziaria, per uno scambio di punti di vista con l’obiettivo di favorire un’interpretazione virtuosa delle nuove norme.

Invita inoltre l’Ordine nazionale a lavorare perché la riforma corretta dove possibile, e completata con il diritto dei giornalisti ad accedere a tutti gli atti depositati, e non solo agli atti ostensibili, ovviamente con modalità rapide e semplici e in assenza di oneri. Sono convinto che si tratti di una strada percorribile.

Grazie di tutto e buon lavoro