Perché definire per legge cosa è «giornalismo»?

L’attività giornalistica è una mediazione intellettuale tra fatti e opinione pubblica che comporta per chi la compie diritti e responsabilità rafforzati. Secondo Guido Camera, esperto di diritto dell’informazione, questa definizione andrebbe prevista in una norma primaria, definendo e rafforzando così il perimetro del diritto di cronaca 

di Guido Camera, avvocato

La libertà di espressione è, e rimane, uno dei diritti fondamentali e inviolabili dell’individuo, all’interno delle società democratiche. Ma con il passare degli anni, e il cambiare della società e dei mezzi di comunicazione e di informazione, ha progressivamente sempre più preso piede la consapevolezza dell’importanza di riuscire a tutelare maggiormente altri concorrenti diritti individuali di non minore rilevanza, tra i quali vi sono la protezione della reputazione e la presunzione di innocenza. Mentre non si riesce a raggiungere un equilibrio che porti alla nascita di una riforma sistematica e organica all’interno dell’ordinamento, la Corte costituzionale, e poi il legislatore, stanno disegnando a macchia di leopardo delle nuove regole di fatto. Nuove regole che scontano, come fisiologico, molte contraddizioni – visto che non si collocano in un corpo normativo omogeneo – e che non possono pertanto consentire agli interpreti e agli addetti ai lavori di guardare con certezza e precisione al futuro. L’esempio più, recente, ed eclatante, di questo modo di procedere è l’approvazione da parte della Camera dei deputati di un emendamento nella legge di delegazione volto a vietare la pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare[1].

Le carenze normative attuali
Che obiettivo dobbiamo porci, in questo difficile contesto, per raggiungere un ambizioso bilanciamento tra i vari diritti in gioco? Credo che una risposta adeguata non arriverà fino a quando non si focalizzeranno chiaramente le carenze normative che, all’interno dell’ordinamento, indeboliscono la tutela della professione di giornalista.

La prima è sicuramente quella determinata dalla mancanza di una definizione legislativa di giornalismo, ai fini dei diritti e delle responsabilità. Definire in modo chiaro l’esatto perimetro della professione è condizione essenziale per garantire libertà, doveri e qualità dell’informazione. La mia convinzione è che, a prescindere dal mezzo utilizzato, il legislatore debba scolpire all’interno di una norma primaria una definizione di “attività giornalistica”, sancendo che si tratta di una mediazione intellettuale tra fatti e opinione pubblica, che può dirsi effettivamente tale solo se è il frutto di un’attenta ricerca delle fonti delle notizie e dei relativi riscontri. Notizie che poi debbono poter essere sempre pubblicate secondo valutazioni che siano esclusiva prerogativa del giornalista, che è esercitata legittimamente ogni qual volta vengono rispettate le norme di comportamento contenute nelle regole deontologiche.

La seconda modifica basilare – e come tale propedeutica a ogni successivo intervento sulle modalità di accesso e diffusione agli atti giudiziari, e più in generale della pubblica amministrazione – è quella di prevedere, all’interno del Codice penale, una causa speciale di esclusione dell’antigiuridicità per l’esercizio del diritto di cronaca

Oggi è la giurisprudenza a far rientrare all’interno dell’esimente dell’”esercizio di un diritto” prevista dall’art. 51, comma 1, prima parte del Codice penale il diritto di cronaca[2]. Si tratta di un riconoscimento che deriva da un sistema integrato di fonti nazionali, europee e internazionali. Si può dunque affermare che, in base ai principi solcati dalla giurisprudenza, l’esercizio del diritto di cronaca esclude la responsabilità del giornalista per diffamazione, o anche per altri reati che può aver commesso nella ricerca delle notizie, al verificarsi delle seguenti condizioni:
– le informazioni divulgate corrispondano al vero;
– riguardino temi di interesse generale;
– non si concretizzino unicamente in attacchi personali;
vengono esposte nel rispetto dei principi di continenza logica ed espressiva.

La più attenta giurisprudenza ha ben colto che la libertà di espressione costituisce uno dei cardini essenziali di una società democratica e una delle condizioni primarie del suo progresso e dello sviluppo di ciascuno. Libertà di espressione che si estende anche alle “informazioni” e alle “idee” che possano offendere, ferire o turbare qualcuno, perché così esigono il pluralismo, la tolleranza e lo spirito di apertura, senza i quali non vi è una “società democratica”. La stampa, infatti, ha una funzione sociale rilevante: benché non debba travalicare alcuni limiti, in particolare relativamente alla protezione della reputazione e dei diritti altrui, nonché alla necessità d’impedire la divulgazione di informazioni riservate, le compete nondimeno il compito di comunicare, nel rispetto dei propri doveri e responsabilità, informazioni ed idee su tutti i temi d’interesse generale. Alle autorità nazionali può essere attribuito il potere di valutare se ragioni di “prevalente necessità sociale” legittimino restrizioni all’esercizio della libertà di espressione, ma, “di regola“, la “necessità”d’imporre restrizioni all’esercizio della libertà di espressione deve essere provata in modo convincente: tuttavia, il predetto potere si pone in conflitto con l’interesse della società democratica ad assicurare e mantenere integra la libertà di stampa e, per tale ragione, quando si tratti di valutare se le restrizioni imposte dalle autorità siano proporzionali rispetto allo scopo perseguito è opportuno conferire alla libertà di stampa grande rilevanza[3].

La positivizzazione della descritta causa di esclusione della punibilità, del resto, non sarebbe novità assoluta nell’ordinamento. Il d. lgs. 29 dicembre 2017, n. 216 ha già infatti esplicitamente escluso la punibilità del delitto di “diffusione di riprese e registrazioni fraudolente” ogni qualvolta “la diffusione delle riprese o delle registrazioni deriva in via diretta ed immediata dalla loro utilizzazione (…) per (…) l’esercizio del diritto di cronaca[4]”.

Tirando le fila sul punto: la modifica che appare pregiudiziale – in un’ottica di razionalità sistematica ed effettivo riconoscimento dell’importanza sociale della professione di giornalista – è proprio quella dell’invocata nuova causa di giustificazione derivante dall’esercizio del diritto di cronaca da parte di un giornalista regolarmente iscritto all’albo che abbia agito, in tutte le fasi della sua attività, nel rispetto delle norme deontologiche e nel bilanciamento consapevole e responsabile dell’esercizio della libertà di espressione con gli altri diritti indicati nell’art. 10, comma 2 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo e cioè:  la sicurezza nazionale, l’integrità territoriale, la pubblica sicurezza, a prevenire la commissione di reati, a proteggere la salute e la morale pubblica, la reputazione o i diritti dei terzi, ad impedire la divulgazione di informazioni riservate, a garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario.

Accessibilità agli atti dei procedimenti penali
Il necessario corollario di tale modificazione sarebbe un intervento sull’art. 116 del Codice di procedura penale, che attribuisca espressamente al giornalista il diritto di ottenere le copie degli atti dei procedimenti penali; detta norma, già oggi, stabilisce che “chiunque vi abbia interesse” possa ottenere dal magistrato che procede il rilascio degli atti giudiziari, sempre che non coperti dal segreto investigativo. Si tratta di una disposizione certamente generica, ma che ha già stimolato alcune prassi nel senso da me indicato[5].

Non bisogna cadere nell’errore di pensare che un panorama legislativo come sopra sinteticamente delineato sarebbe un “liberi tutti”, a discapito della presunzione di innocenza e della reputazione individuale. Al contrario potrebbe essere una novità essenziale per rilanciare la professione di giornalista e il ruolo che essa ha per il buon funzionamento dello Stato di diritto. Il richiamo – diretto e chiaro – contenuto in una fonte normativa rafforzerebbe la qualità del giornalismo e le responsabilità derivanti dal suo esercizio. Oneri e onori, in altre parole, come ha ben detto la Corte costituzionale nella sentenza n. 150/2021. Sono assolutamente convinto che l’onere di verificare quale sia l’interesse pubblico di una notizia, e le modalità con cui essa possa essere diffusa senza ledere ingiustificatamente gli altri diritti in gioco, debba essere prerogativa esclusiva del giornalista, e non di altri soggetti come può essere il pubblico ministero o la polizia giudiziaria. Se si riconoscono al giornalista questi diritti, non si deve neanche demonizzare l’idea che le violazioni più gravi e lesive degli altri diritti fondamentali protetti dall’art. 10 comma 2 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, possano essere sanzionate anche con lo strumento penale all’interno del perimetro ben definito dalla Corte costituzionale precedentemente citata.



[1] Nel dettaglio, l’emendamento si trova all’interno della “Legge di delegazione Europea 2022/2023”, ed è stato approvato il 19.12.2023 su proposta dell’on. Enrico Costa. Con la legge in questione, il Parlamento ha delegato il Governo, nei sei mesi successivi alla pubblicazione della legge medesima, a modificare l’art. 114 del Codice di procedura penale prevedendo il “divieto di pubblicazione integrale o per estratto del testo dell’ordinanza di custodia cautelare finché non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare, in coerenza con quanto disposto dagli artt. 3 e 4 della direttiva UE 2016/343 del Parlamento europeo del 9 marzo 2016”.

[2] Il Codice penale prevede che escludono la punibilità di un reato le seguenti cause: difesa legittima (art. 52); consenso dell’avente diritto (art. 50); esercizio di un diritto o adempimento di un dovere (art. 51); uso legittimo delle armi (art. 53) e stato di necessità (art. 54). Giurisprudenza e dottrina, in applicazione del principio generale penalistico del favor rei hanno esteso ad altre cause di fatto hanno creato delle c.d. cause di giustificazione non codificate, tra le quali esercizio dell’attività medico chirurgica, esercizio di attività sportiva e, appunto, diritto di cronaca.

[3] Si veda, sul punto Cass. Pen., sez. II, n. 38277/2019, che ha riconosciuto l’astratta configurabilità della scriminante del diritto di cronaca anche in relazione al reato di ricettazione eventualmente commesso dai giornalisti nella fase di procacciamento delle notizie 

[4] Per comodità di lettura, riporto di seguito il testo integrale dell’art. 617 septies c.p.: “Chiunque, al fine di recare danno all’altrui reputazione o immagine, diffonde con qualsiasi mezzo riprese audio o video, compiute fraudolentemente, di incontri privati o registrazioni, pur esse fraudolente, di conversazioni, anche telefoniche o telematiche, svolte in sua presenza o con la sua partecipazione, è punito con la reclusione fino a quattro anni. La punibilità è esclusa se la diffusione delle riprese o delle registrazioni deriva in via diretta ed immediata dalla loro utilizzazione in un procedimento amministrativo o giudiziario o per l’esercizio del diritto di difesa o del diritto di cronaca. Il delitto è punibile a querela della persona offesa.

[5] Si veda, ad esempio, la circolare del procuratore della Repubblica di Perugia del 1° giugno 2022 n. 179 (https://www.diritto.it/la-procura-della-repubblica-di-perugia-concede-laccesso-agli-atti-ai-giornalisti/). Sul punto, si veda anche L. Ferrarella, “Giustizia: trasparenza, un diritto conveniente”, in Corriere della Sera, 3 giugno 2022.

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